Il Wall Street Journal vorrebbe far credere che il suo articolo su uno “sceicco” che vuole formare un “emirato” a Hebron sotto il controllo israeliano sia una rivelazione politica rivoluzionaria. Ma chiunque abbia una conoscenza di base della Palestina racconterebbe una storia diversa.
Fonte: English version
Di Qassam Muaddi 8 luglio 2025
Immagine di copertina: lo “Sceicco” Wadea Jaabari, che propone di guidare una nuova potenziale entità: l'”emirato” di Hebron
Caso raro, la scorsa settimana il Wall Street Journal si è finalmente interessato a una notizia palestinese, arrivando persino a dedicargli un intero articolo . Il focus dell’innovativo articolo del WSJ è un uomo di Hebron di nome Wadea Jaabari, che propone di guidare una nuova potenziale entità: l'”emirato” di Hebron, che a suo dire si separerebbe dall’Autorità Nazionale Palestinese e riconoscerebbe Israele come stato ebraico.
Il WSJ presenta Jaabari e il suo “emirato” come se si trattasse di un importante sviluppo nella politica palestinese, soprattutto perché l’uomo dietro di esso viene presentato come il “leader del clan più influente di Hebron”. L’ articolo del WSJ sottolinea che Jaabari ha affermato che avrebbe riconosciuto Israele come stato ebraico in cambio dell’adesione agli Accordi di Abramo, presumibilmente interrompendo “decenni di rifiuto” da parte palestinese. Dipinge inoltre il cosiddetto emirato come un’idea creativa e “fuori dagli schemi”, anziché come il quadro della soluzione a due stati, che l’articolo inizia liquidando come futile.
Tuttavia, l'”emirato” di Jaabari è stato una notizia di scarso rilievo in Palestina, non comparendo neppure sui titoli locali e venendo trattato per lo più con scherno sui social media. In ogni caso, è stato escluso dal dibattito pubblico nel giro di 24 ore, dopodiché gli altri leader del clan Jaabari hanno annunciato di aver tenuto una conferenza pubblica per esprimere il loro disconoscimento dell’autoproclamato “leader”, dichiarando che non detiene alcuno status all’interno della famiglia e non parla a nome di nessuno se non di se stesso.
La dichiarazione afferma che Wadea Jaabari è “sconosciuto alla famiglia e non vive a Hebron”. Una fonte palestinese residente a Hebron, che ha chiesto di rimanere anonima, ha riferito a Mondoweiss che “l’uomo in questione vive a Gerusalemme e non ha alcuna influenza a Hebron, né all’interno del clan Jaabari né in città”.
“Suo padre era una persona influente, ma alla sua morte il figlio non ha più avuto lo stesso status ed è stato completamente assente dagli affari della famiglia e della città”, ha detto la fonte. “A Hebron, la gente non ha nemmeno preso sul serio la notizia, perché tutti sanno che il cosiddetto emirato non ha alcuna base in città o in alcun clan”.
La fonte ha aggiunto che gli anziani Jaabari hanno tenuto la conferenza stampa per porre fine alle polemiche che si stavano scatenando sui media.
Una vecchia storia fallita
Non è la prima volta che un individuo o un gruppo palestinese cerca di dare vita a una leadership locale in completa conformità con i dettami israeliani, spesso in alternativa al movimento nazionale palestinese. Infatti, poco dopo l’occupazione del 1967, un gruppo di élite locali a Hebron e a Nablus si rivolse alle autorità militari israeliane, chiedendo il riconoscimento come rappresentanti delle proprie regioni in cambio di collaborazione.
Poi, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, Israele organizzò una serie di consigli locali composti da collaboratori ed élite rurali tradizionali che accettarono di partecipare per creare un’alternativa all’influenza politica dell’OLP. Questi consigli furono chiamati Leghe di Villaggio e ricevettero ampi poteri municipali per avviare progetti di sviluppo locale e controllare le esigenze amministrative dei palestinesi, come la concessione di permessi di costruzione e di viaggio e persino delle patenti di guida.
Le Leghe di Villaggio durarono meno di cinque anni e fallirono miseramente. Il fatto che all’epoca ogni espressione politica palestinese in Cisgiordania e a Gaza fosse severamente punita dalle autorità israeliane diede la falsa impressione che le Leghe non avrebbero trovato concorrenza. Ma gli eventi dimostrarono che non si trattava di competizione politica: il motivo per cui Israele cercò di creare un’alternativa all’OLP nei villaggi era che in precedenza non era riuscito a farlo nelle città.
Negli anni ’70, Israele permise lo svolgimento di elezioni municipali nelle città palestinesi, aspettandosi che candidati “moderati” e vicini alle autorità israeliane avrebbero vinto facilmente. Molti di loro vinsero alle elezioni municipali del 1972, ma per un imprevedibile colpo di scena, candidati indipendenti noti per essere vicini all’OLP conquistarono le municipalità con una schiacciante vittoria alle elezioni di quattro anni dopo, nel 1976.
Fu allora che Israele decise di riprovare nelle campagne, sperando che la struttura sociale più “tradizionale” e i legami sociali basati sui clan li avrebbero resi disponibili a collaborare con Israele. Nel 1978 fu proclamata la prima Lega dei rappresentanti dei villaggi di Hebron, seguita da altre due per i villaggi intorno a Nablus e Ramallah. Israele investì così tanto in queste Leghe che nel 1981 l’allora Ministro della Difesa israeliano, Ariel Sharon, decise di consegnare ai loro leader 100 armi da fuoco.
Ma Israele commise un altro errore di calcolo. Non comprese la storia anticoloniale delle campagne palestinesi, che era stata scolpita nell’ethos pubblico palestinese rurale fin dagli anni ’30 e dai tempi della rivolta contro il dominio britannico. Già da decenni, i clan si vantavano di aver partecipato alla lotta anticoloniale, poiché questa era una fonte di rispetto sociale e di influenza, dove le piccole famiglie potevano competere con i clan più grandi.
Nell’arco di cinque anni, tra il 1978 e il 1983, le figure più note delle Leghe di Villaggio furono assassinate da militanti palestinesi o rinnegate dalle loro stesse famiglie. Contemporaneamente, un intero movimento di gruppi giovanili di volontariato si era sviluppato in Cisgiordania e a Gaza, offrendo alternative supportate dalla comunità ai progetti di sviluppo proposti dalle Leghe. I villaggi, uno dopo l’altro, iniziarono ad accogliere volontari per costruire recinzioni agricoli, tinteggiare scuole o pavimentare strade al posto delle Leghe di Villaggio, e poi formarono i propri comitati di volontariato locali. Nel 1981, i delegati di 40 comitati di volontariato di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est si incontrarono in una conferenza fondativa del movimento, dove annunciarono esplicitamente il loro rifiuto delle Leghe. Alla fine, Israele abbandonò completamente il progetto.
La lotta contro le Leghe di Villaggio nelle sue diverse forme gettò le basi per un movimento di massa che continuò a fermentare fino a esplodere nella Prima Intifada del 1987, durando sei anni. La rivolta fu interamente guidata dalla base palestinese e vide la partecipazione di tutti i settori della società palestinese, inclusi sindacati, comitati di volontariato e di quartiere e gruppi femminili. Fu un raro esempio di azione civica, politica e comunitaria combinata, a dimostrazione del fatto che la società palestinese si era da tempo evoluta oltre le lealtà di clan e i legami tribali, per abbracciare la lotta nazionale.
Questa parte della storia e dello sviluppo sociale della Palestina è rimasta estranea alla maggior parte dei media mainstream occidentali. Nella maggior parte dei casi, non è stata affatto ritenuta interessante. Ma questo è prevedibile da parte dei media mainstream, che non hanno mai mostrato un genuino interesse per la composizione culturale, sociale e politica dei palestinesi come popolo. Una figura di clan o uno “sceicco” tribale – anche fittizio – disposto a recitare senza riserve il canone politico USA-Israele è di gran lunga preferibile.
Chiunque avesse avuto una conoscenza minima della Palestina e dei palestinesi avrebbe saputo che la storia dell'”emirato” è una tipica trappola per turisti palestinese, del tipo per cui Hebron è ben nota, tra le altre città palestinesi. Oltre alla loro ospitalità, gentilezza e al senso di comunità incentrato sulla famiglia, gli abitanti di Hebron sono noti anche per la loro ingegnosità nel commercio e negli affari, soprattutto con i turisti. In Palestina si dice che un abitante di Hebron possa vendere qualsiasi cosa a chiunque e capire immediatamente cosa sta cercando un turista e offrirglielo. A quanto pare, non c’è bisogno di essere turisti a Hebron per cadere in una simile trappola. Da migliaia di chilometri di distanza, tutto ciò che serve è una mentalità ingenua e orientalista che si rifiuta di riconoscere i palestinesi come un popolo con aspirazioni nazionali di libertà e autodeterminazione.
Traduzione a cura di Grazia Parolari
“Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali”
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