Dal Piano Allon alla Dottrina Dahiya, dal Libano alla Siria e a Gaza, l’espansionismo israeliano continua ad adattarsi a scenari legali, geopolitici e tecnologici.
Fonte: English version
Di Rima Najjar – 7 luglio 2025
Oggi, il mondo assiste alla logica originaria del consolidamento territoriale Sionista nel Levante, che muta ma persiste, come un serpente che si srotola nel tempo, tenendo il Piano Dalet nella sua lingua biforcuta e iniettandogli nuovo veleno. Dal Piano Allon alla Dottrina Dahiya, dal Libano alla Siria e a Gaza, l’espansionismo israeliano continua ad adattarsi a scenari legali, geopolitici e tecnologici.
Il progetto del Piano Dalet, prima conquistare il territorio, rimodellare la mappa demografica con la forza, poi negoziare, rimane radicato nell’architettura dei negoziati di pace. Gaza, come la Cisgiordania, il Golan e il Libano meridionale prima di essa, è diventata uno spazio in cui il controllo militare precede la soluzione politica e in cui la crisi umanitaria non è un vincolo, ma uno strumento di pressione.
Gaza è il punto di ebollizione di questa logica: un luogo in cui sfollamenti, catastrofi e dominazione vengono trasformati in armi per plasmare gli esiti politici, dove il Genocidio viene esercitato non a dispetto della diplomazia, ma al suo servizio.
Dall’inizio del 2025, Israele ha Occupato ampie zone della Striscia, confinando oltre due milioni di palestinesi in “zone umanitarie” sempre più ridotte, pur mantenendo il pieno controllo militare sul resto. Ha sostenuto forze armate per destabilizzare la governabilità, ha limitato gli aiuti per esercitare pressione e ha varato piani per “l’emigrazione volontaria” nella sua visione postbellica.
Queste mosse riecheggiano la filosofia del Piano Dalet. Sebbene i coloni non popolino Gaza, i cambiamenti demografici vengono ottenuti attraverso gli sfollamenti, e la conseguente crisi umanitaria non viene presentata come un fallimento, ma come un’opportunità per una ristrutturazione politica. Di fatto, la sofferenza diventa la merce di scambio. Mentre i colloqui di normalizzazione con l’Arabia Saudita e la Siria procedono, Israele continua l’Occupazione, limita gli aiuti e limita gli spostamenti della popolazione. Queste non sono violazioni da revocare, ma vengono sempre più trattate come fatti concreti che la diplomazia deve accettare.
Il cessate il fuoco proposto include ritiri graduali, ma subordinati alla rimozione di Hamas e all’ascesa di un’autorità compiacente, riecheggiando la logica dell’armistizio del 1949, in cui i palestinesi erano assenti dai negoziati e le mappe di Darwin venivano ridisegnate sotto costrizione. Pertanto, l’Occupazione diventa la base diplomatica; la normalizzazione procede attraverso la devastazione.
Mentre i negoziati tra Stati Uniti e Israele si basano su questa architettura, alcuni attori, tra cui il Sudafrica, i relatori delle Nazioni Unite e le reti di solidarietà transnazionali, stanno iniziando a definirne la logica.
Pur invocando raramente direttamente il Piano Dalet, ne condannano la duratura eredità: sfollamenti forzati, ingegneria demografica e conquista territoriale come Strumenti Strategici di Dominio. Il caso presentato dal Sudafrica nel 2023 alla Corte Internazionale di Giustizia ha accusato Israele di Genocidio a Gaza, citando modelli di Pulizia Etnica radicati nella Nakba. Il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite e i Relatori Speciali hanno ripetutamente fatto riferimento alla Nakba in corso, collegando le violazioni attuali alle espulsioni fondamentali del 1948.
Jewish Voice for Peace (Voce Ebraica per la Pace) si è spinta oltre, definendo esplicitamente il Piano Dalet come il modello per un Regime Coloniale d’Insediamento in espansione attraverso mezzi militari e legali. La Lega Araba e l’Iran continuano a denunciare l’espansionismo israeliano in Siria, Libano e Palestina come parte di un più ampio Progetto Sionista di Dominio Regionale. Anche quando il “Piano Dalet” non viene pronunciato ad alta voce, la sua logica, prima la conquista, poi i negoziati, viene riconosciuta e sempre più contestata.
Nel frattempo, in un momento di cruda ironia geopolitica, Benjamin Netanyahu ha criticato il secolare accordo Sykes-Picot, sostenendo che i diplomatici britannici e francesi “non sono riusciti a tracciare correttamente i confini”. Questa inquadratura è stata presentata come parte di una giustificazione per le rivendicazioni territoriali israeliane, in particolare per quanto riguarda le Alture del Golan, ma sottolinea una contraddizione più profonda: i confini imposti dalle Potenze Coloniali sono stati ritenuti illegittimi, eppure il Progetto Sionista stesso è stato alimentato da quelle stesse potenze ed è stato ampliato non attraverso la correzione, ma attraverso l’annientamento.
La critica di Netanyahu viene strumentalizzata per giustificare la violenza neocoloniale. Inavvertitamente, mette a nudo l’ipocrisia: lamenta confini artificiali mentre presiede un Regime il cui Progetto di espansione, il Piano Dalet, non mirava a ridisegnare le mappe basandosi sulla presenza indigena, ma a cancellarla del tutto. Non era una cattiva cartografia quella che Israele contestava: era il rifiuto di accettare l’esistenza palestinese su qualsiasi mappa.
E parallelamente alla conquista, la Resistenza araba è persistita, non come reazione, ma come rifiuto strutturale.
Nel 1948, durante le espulsioni di massa della Nakba, l’Esercito della Guerra Santa e i combattenti volontari arabi organizzarono la difesa in mezzo al crollo del sostegno e al ritiro britannico. Eppure le milizie Sioniste prevalsero grazie all’uso coordinato della forza, ai Massacri nei villaggi e alla facilitazione britannica. La Resistenza palestinese fu repressa militarmente e cancellata diplomaticamente. “La Causa Palestinese non è una ricerca di carità, è una rivoluzione”, scrisse Ghassan Kanafani, trasformando la rovina in chiarezza politica.
Nel 1967, esplosero movimenti di guerriglia come Fatah e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina emerse come forza diplomatica, mentre l’organizzazione dal basso gettò le basi per la Prima Intifada. Ma la controinsurrezione e l’esclusione diplomatica ne stroncarono lo slancio. “Non vogliamo la pace, vogliamo la vittoria”, dichiarò Yasser Arafat, eppure ciò che gli fu concesso fu un’autonomia senza sovranità.
In Libano, l’ascesa di Hezbollah sfidò la dottrina della deterrenza israeliana, ma seguirono bombardamenti, assedi e isolamento diplomatico. “Non si può sconfiggere un popolo che crede che il martirio sia un inizio, non una fine”, disse Hassan Nasrallah, anche se la Resistenza era bollata come illegittima.
In Siria, la denuncia legale dell’annessione del Golan incontrò il silenzio globale. Le milizie allineate all’Iran affrontarono il trinceramento, ma gli spostamenti territoriali rimasero invariati. A Gaza, Hamas, la Jihad Islamica e la Grande Marcia del Ritorno hanno incontrato invasioni militari, cecchini e una copertura diplomatica come terrorismo. Ricorsi legali come quello del Sudafrica alla Corte Internazionale di Giustizia rimangono in sospeso, mentre le campagne BDS e di documentazione crescono. “Abbiamo scelto la Resistenza perché è l’unico modo per difenderci”, ha dichiarato Leila Khaled, affermando la voce di Gaza in mezzo all’assedio.
E in tutto questo, riecheggiano le parole di Mahmoud Darwish: “Dove dovremmo andare dopo l’ultimo confine? Dove dovrebbero volare gli uccelli dopo l’ultimo cielo?”
Questo mese, la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese ha emesso una delle condanne più forti fino ad oggi. Il suo rapporto accusa Israele di attuare un'”Economia del Genocidio”, un sistema in cui Occupazione, Apartheid e Sfollamenti di Massa vengono monetizzati.
Multinazionali, tra cui Microsoft, Amazon, Lockheed Martin e Caterpillar, sono indicati come complici di questo Progetto di Colonialismo d’Insediamento. Gaza, scrive, è diventata un “banco di prova in tempo reale” per la ricerca degli obiettivi basata sull’Intelligenza Artificiale e la sorveglianza biometrica, con oltre 85.000 tonnellate di esplosivo sganciate dall’ottobre 2023. I profitti aziendali e la Borsa di Tel Aviv sono aumentati di pari passo.
Le sue richieste:
— Embargo globale sulle armi
— Sanzioni contro le multinazionali complici
— Sospensione degli accordi commerciali
— Responsabilità legale per le istituzioni che le favoriscono
Albanese insiste: questa non è una serie di abusi. È un Meccanismo sistemico in cui il Genocidio non è semplicemente tollerato, ma incentivato.
Questa non è una distorsione della diplomazia, è la sua mostruosa realizzazione.
Il Piano Dalet non è svanito nella storia; si è evoluto in un’Architettura di Annientamento, in cui la sofferenza si tramuta in potere contrattuale e il dominio si maschera da pace. Ogni esodo forzato, ogni camion di aiuti bloccato, ogni bomba sganciata fa parte della negoziazione.
Se la diplomazia esige che il Genocidio proceda, allora non è la pace che stiamo inseguendo, è una resa dei conti. E questa resa dei conti inizia chiamando questo sistema per quello che è: un meccanismo che trae profitto dalla morte e un ordine mondiale che lo rende possibile.
Rima Najjar è una palestinese la cui famiglia paterna proviene dal villaggio di Lifta, spopolato con la forza, nella periferia occidentale di Gerusalemme, e la cui famiglia materna è originaria di Ijzim, a sud di Haifa. È un’attivista, ricercatrice e professoressa in pensione di letteratura inglese presso l’Università Al-Quds, nella Cisgiordania Occupata.
Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto
Tutti gli articoli del BLOG: Invictapalestina.org
Eventi a noi segnalati: Eventi
Disclaimer: non sempre Invictapalestina condivide le opinioni espresse negli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire e approfondire gli argomenti da noi proposti. I contenuti offerti dal BLOG sono redatti/tradotti gratuitamente con la massima cura/diligenza, Invictapalestina tuttavia, declina ogni responsabilità, diretta e indiretta, nei confronti degli utenti e in generale di qualsiasi terzo, per eventuali imprecisioni, errori, omissioni.

