L’attuale posizione della Spagna non è del tutto sorprendente. È il culmine di un atteggiamento politico in evoluzione che si stava consolidando da tempo.
Fonte: English version
Di Ramzy Baroud – 15 settembre 2025
In diversi influenti Paesi europei, la solidarietà con Gaza e il popolo palestinese si sta finalmente traducendo in azione. Sebbene tale azione possa sembrare tardiva, considerando le decine di migliaia di vite perse nella Striscia di Gaza colpita dal Genocidio, è tuttavia fondamentale per il futuro della Causa Palestinese.
Il cambiamento politico in corso in Europa è uno sviluppo di importanza strategica. Ciò non perché la voce dell’Europa abbia un valore maggiore sulla scala della solidarietà globale, ma per il ruolo centrale che il continente ha svolto nella nascita di Israele, nonché per il suo costante sostegno politico e finanziario al suo Progetto di Insediamento Coloniale.
Per decenni, questo sostegno ha fornito uno scudo politico ed economico, consentendo a Israele di operare al di fuori dei limiti del Diritto Internazionale. Poiché l’Europa costituisce una parte fondamentale del panorama politico, giuridico ed economico occidentale, qualsiasi cambiamento radicale di percezione, unito alla solidarietà profondamente radicata nel Sud del mondo, potrebbe finalmente fungere da catalizzatore necessario per isolare Israele sulla scena internazionale, un prerequisito fondamentale per un’assunzione di responsabilità di cui c’è tanto bisogno.
Sebbene l’Irlanda sia storicamente servita da modello di politica sensata ed etica nei confronti della Palestina, altri esempi non possono essere trascurati. Tra questi, Svezia, Norvegia, Belgio e Slovenia. Le posizioni di questi Paesi, soprattutto dall’inizio del Genocidio israeliano a Gaza, sono state in gran parte influenzate dall’intensità delle proteste popolari e dalla mobilitazione della società civile. Le loro azioni, seppur diverse, segnalano un crescente divario tra l’opinione pubblica europea e le tradizionali politiche filo-israeliane di molti governi.
La Spagna, tuttavia, rappresenta un caso cruciale e completo. Il cambiamento in corso a Madrid è un modello quasi ideale perché si basa su tre pilastri interconnessi: una solidarietà attiva e ben organizzata basata sulla società civile, un cambiamento fondamentale nel linguaggio politico ufficiale e, soprattutto, un’azione significativa e quantificabile.
Nel giugno dello scorso anno, la Spagna ha compiuto una mossa audace e storica unendosi formalmente al caso del Sudafrica presso la Corte Internazionale di Giustizia, accusando Israele di aver commesso un Genocidio contro il popolo palestinese. Tale passo, sebbene morale e logico, è stato particolarmente significativo se confrontato con le posizioni di altre grandi potenze europee. La Germania, ad esempio, si è impegnata a difendere Israele da tale accusa, mentre il Regno Unito, attraverso il Ministro degli Esteri uscente David Lammy, la scorsa settimana ha sostenuto che Londra non era ancora convinta che le azioni di Israele costituissero un Genocidio.
L’attuale posizione della Spagna non è del tutto sorprendente. È il culmine di un atteggiamento politico in evoluzione che si stava consolidando da tempo. Nel novembre 2023, l’allora Ministro per i Diritti Sociali Ione Belarra accusò apertamente Israele di “Genocidio Pianificato”. Questa dichiarazione ha segnato un cambiamento significativo nel linguaggio ufficiale del suo Paese, andando oltre le cortesi banalità diplomatiche per passare a un linguaggio di chiarezza morale.
Questo dibattito ha portato al riconoscimento della Palestina come Stato da parte di Madrid lo scorso anno, una dichiarazione congiunta con Irlanda e Norvegia. Questa decisione non solo si è aggiunta alla crescente lista di nazioni che riconoscono la sovranità palestinese, ma ha anche aperto la strada a ulteriori riconoscimenti simili. Mentre alcuni Paesi stanno usando la loro posizione su uno Stato Palestinese come tattica per distogliere l’attenzione dal loro fallimento nell’adottare misure punitive, le azioni della Spagna sembrano essere su una lunghezza d’onda politica diversa. Infatti, la scorsa settimana la Spagna ha annunciato una nuova serie di sanzioni contro Israele, tra cui il divieto di vendita di armi e il divieto per le navi che trasportano carburante per l’esercito israeliano di utilizzare i porti spagnoli.
Per molti in Spagna, anche questi passi sono considerati troppo miseri e insignificanti di fronte a una guerra che ha sterminato oltre 20.000 bambini. Il popolo spagnolo ha ragione ad aspettarsi misure più significative dal proprio governo e le sue richieste affondano le radici in una storia specifica dell’esperienza collettiva spagnola.
Nel 1974, la Spagna si unì a molti Paesi del Sud del mondo nel votare a favore delle Risoluzioni 3236 e 3237 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che riconoscevano l’autodeterminazione palestinese. Pochi anni dopo, il Primo Ministro Adolfo Suarez compì un gesto storico ricevendo a Madrid il Presidente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, Yasser Arafat. Tali iniziali gesti di sostegno continuarono per un certo periodo. Tuttavia, dopo la Conferenza di Madrid del 1991, la Spagna si riformò lentamente come intermediario neutrale, finendo per ripetere la consueta retorica europea sul “diritto di Israele a difendersi” e simili.
La capacità della Spagna di mantenere questa posizione è stata resa possibile, in parte, dal fatto che l’Autorità Nazionale Palestinese era molto più preoccupata di preservare il suo status di rappresentante ufficiale del popolo palestinese, e i finanziamenti internazionali e la legittimità che ne derivano, che di ritenere Israele responsabile secondo il Diritto Internazionale. All’epoca, sembrava impraticabile per la società civile cercare di imporre al proprio governo livelli più elevati di quelli richiesti dalla stessa dirigenza palestinese.
Tuttavia, il Genocidio israeliano a Gaza ha infranto questa dinamica. L’incessante Campagna di Sterminio israeliana e la Resistenza palestinese nella Striscia hanno reso l’Autorità Nazionale Palestinese praticamente irrilevante sulla scena globale, hanno riaffermato Gaza come la vera rappresentante dell’esperienza collettiva palestinese e hanno rivelato la piena portata delle azioni criminali di Israele.
Ciò significa che il popolo spagnolo ha ottenuto un ruolo importante nella posizione del proprio governo sulla Palestina. Lo scorso settembre, oltre 200 sindacati e organizzazioni non governative hanno indetto uno sciopero generale di 24 ore, alzando il tetto delle loro richieste fino alla completa rottura di tutti i legami politici, economici e militari con Israele. Ogni passo compiuto dal governo del Primo Ministro Pedro Sanchez da allora è stata una risposta diretta a queste richieste e un tentativo di soddisfarle.
Ciò che sta accadendo in Spagna è una vera solidarietà popolare, libera da doppiezza o spavalderia politica. Si tratta di un’autentica azione della società civile incentrata su un’esperienza storica condivisa e sulla lotta contro la violenza e il fascismo promossi dallo Stato. Sebbene ogni nazione abbia una storia unica, l’esperienza spagnola si sta rivelando un modello degno di studio, emulazione e, certamente, profondo rispetto.
Ramzy Baroud è un giornalista e redattore di The Palestine Chronicle. È autore di sei libri. Il suo ultimo libro, curato insieme a Ilan Pappé, è “La Nostra Visione per la Liberazione: Leader Palestinesi Coinvolti e Intellettuali Parlano”. Ramzy Baroud è un ricercatore senior non di ruolo presso il Centro per l’Islam e gli Affari Globali (CIGA), dell’Università Zaim di Istanbul (IZU).
Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto
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