Secondo l’Ufficio centrale di statistica palestinese, ad aprile di quest’anno la guerra genocida in corso nella Striscia di Gaza aveva lasciato più di 39.000 orfani, tra cui oltre 17.000 bambini che avevano perso entrambi i genitori.
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Doaa Shaheen- Agosto 2025
In una luminosa mattina di primavera, mentre il profumo del tradizionale pane palestinese taboon si mescolava alla polvere delle macerie, Manal sedeva sulla soglia di ciò che restava della sua casa parzialmente distrutta nel campo profughi di Jabalia, nella Striscia di Gaza settentrionale. Tra le sue braccia, culla un neonato i cui lineamenti non assomigliano per niente ai suoi, eppure lo tiene stretto come se fosse parte della sua anima.
Questi momenti intimi hanno realizzato il sogno di Manal di diventare madre. “Mi sono sposata dieci anni fa, ma io e mio marito non siamo mai riusciti ad avere figli. Poi, la guerra a Gaza ci ha portato un dono inaspettato. Il 6 agosto 2024, eravamo sfollati, alloggiati da un’amica nel quartiere Nasser di Gaza, quando è avvenuto un massacro: un intero isolato residenziale è stato bombardato dall’occupazione israeliana. La Protezione Civile non ha trovato sopravvissuti, tranne un bambino piccolo, disteso per strada”, racconta la 28enne Manal Ziyad a Raseef22 .
“Ho visto il bambino tra le braccia dell’operatore della protezione civile, sembrava un piccolo angelo, piangeva, con il viso coperto di polvere. L’uomo mi ha chiesto se conoscevo la sua famiglia o qualcuno dei suoi parenti. Ho detto che avrei cercato qualcuno e gli ho chiesto se poteva affidarmelo. L’ho preso e l’ho stretto tra le braccia. Il mio cuore si spezzava per il dolore, ma ho avuto la sensazione travolgente che sarebbe stato mio figlio, donatomi dal destino, dato che non potevo avere figli”, racconta.
Non è stata una decisione facile. Adottare un bambino nelle dure condizioni della guerra, dice Manal, richiede un coraggio straordinario, e le usanze e le leggi sociali non fanno che rendere l’adozione ancora più difficile. “Non volevo solo prendermi cura di lui. Volevo dargli qualcosa di insostituibile: un senso di sicurezza e una madre e un padre che potesse chiamare suoi”, afferma Manal.
Secondo l’Ufficio centrale di statistica palestinese, ad aprile di quest’anno la guerra genocida in corso nella Striscia di Gaza aveva lasciato più di 39.000 orfani, tra cui oltre 17.000 bambini che avevano perso entrambi i genitori.
Con i bombardamenti e gli sfollamenti ancora in corso, né la comunità di Gaza, né le autorità sono riuscite a trovare un modo organizzato per dare rifugio a questi orfani. Alcuni sono ora affidati a parenti di secondo grado. Altri sono stati adottati da famiglie estranee. Queste circostanze hanno portato alcune donne di Gaza, in particolare quelle che non sono in grado di avere figli, ad abbracciare la maternità per la prima volta. Alcune sono persino ricorse a quella che viene definita “lattazione indotta e allattamento al seno” per diventare, come dicono loro, “madri legittime” per questi orfani.
L’allattamento indotto può creare un vero senso di maternità?
Manal racconta: “Come è noto, a Gaza viviamo secondo la legge islamica. Voglio che questo bambino sia mio figlio legalmente . Un medico mi ha parlato dell’allattamento artificiale, un processo che potrebbe permettermi di allattare il bambino, rendendomi la madre legittima di Kinan, che è il nome che abbiamo scelto per il bambino”.
Manal, o Umm Kinan come preferisce essere chiamata ora, sostiene che la maternità significa donare ed essere pronte a offrire la propria anima a qualcuno che ne ha bisogno.
Descrivendo come si è sentita quando ha allattato Kinan per la prima volta, dice: “Mi sembrava che le gocce di latte fossero lacrime di gioia. Tremavo, il cuore mi batteva forte. Non mi sembrava un bambino estraneo sopravvissuto a malapena alla morte: mi sembrava una parte di me”.
Per quanto riguarda l’allattamento indotto, l’ostetrico-ginecologo Dr. Suhad Younis racconta a Raseef22 : “si tratta di una tecnica medica che consente alle donne che non sono mai state incinte o che non hanno mai partorito di allattare al seno i bambini che adottano, attraverso farmaci o dispositivi che stimolano le ghiandole mammarie a produrre latte”.
Younes spiega che questo metodo richiede tempo e pazienza. La donna assume farmaci ormonali e stimola il seno con un tiralatte più volte al giorno per due settimane o più, dopodiché il corpo inizia a rispondere. Tuttavia, osserva che questa tecnica non funziona per alcune donne.
Younes sottolinea che “le donne che sperimentano l’adozione con l’allattamento al seno subiscono una profonda trasformazione emotiva, poiché produrre latte per il bambino dona loro un vero senso di maternità e aiuta ad alleviare gli effetti della perdita e del trauma. Per quanto riguarda i bambini, l’allattamento al seno promuove in loro un senso di sicurezza e appartenenza, che migliora il loro sviluppo psicologico ed emotivo”.
Sottolinea che la società di Gaza considera l’allattamento al seno indotto una soluzione umana e legittima dal punto di vista religioso, poiché attraverso di esso il neonato diventa, agli occhi della legge islamica, il figlio della donna, con gli stessi diritti legali di discendenza e di eredità dei figli biologici, secondo la sharia che molti nella comunità seguono.
“La maternità non è solo un utero”
Nell’angolo della sua piccola stanza nella casa di Deir al-Balah, nella Striscia di Gaza centrale, Walaa Samara, 40 anni, tiene in braccio la sua bambina di un anno, Sundus, canticchiandole una ninna nanna per farla addormentare.
Otto mesi fa, Sundus era una bambina orfana che piangeva tra le macerie. Oggi è affidata alle cure della donna che è diventata sua “madre”, dopo essere stata privata della possibilità di partorire per un decennio.
“Mio marito ha trovato Sundus dopo che una casa vicino alla nostra è stata bombardata. Tutti i suoi familiari sono stati uccisi. Sundus è sopravvissuta per miracolo. Tutti i suoi parenti sono fuori Gaza, quindi io e mio marito abbiamo deciso di adottarla”, racconta Walaa a Raseef22 .
Descrivendo le sue sensazioni dopo aver indotto con successo l’allattamento, dice: “Durante l’allattamento, sento che la maternità è uno spirito, non solo un utero. Ho sempre desiderato provare questa sensazione. Temo costantemente per Sundus. Ogni volta che c’è un bombardamento nelle vicinanze, corro da lei, stringendola forte tra le braccia. Vorrei che il mio cuore fosse una piccola scatola dove poterla nascondere, in modo che non le accada mai nulla di male”.
Walaa racconta di essersi affezionata profondamente a Sundus e che la sua presenza in casa ha portato nuova gioia tra le sue mura un tempo silenziose. “Provo una felicità travolgente quando lavo i suoi vestitini”, racconta.
Ma deve affrontare numerose difficoltà nel fornire a Sundus latte in polvere, pannolini e altri beni di prima necessità per un bambino, in assenza di aiuti e nel soffocante blocco imposto da Israele sulla Striscia di Gaza sotto assedio. Ci sono anche altre difficoltà legate all’aspetto legale dell’adozione, dopo aver contattato il Ministero dello Sviluppo Sociale di Gaza, che ha stilato un elenco di condizioni per lei e suo marito affinché Sundus diventasse loro figlia, secondo la legge.
L’adozione a Gaza è soggetta a condizioni
Hala Atallah, responsabile del programma di affidamento e adozione presso il Ministero dello Sviluppo Sociale, spiega i criteri stabiliti dal Ministero per le coppie che desiderano adottare. Tra questi, i principali sono: la coppia non deve avere più di 50 anni, essere di origine palestinese, essere sposati da almeno otto anni senza figli e aver tentato, durante questo periodo, di concepire tramite fecondazione in vitro o inseminazione artificiale senza successo.
Il Ministero richiede inoltre che la famiglia sia esente da malattie, fornisca un certificato di buona condotta e abbia una fedina penale pulita. Richiede inoltre il consenso di entrambe le famiglie affinché la coppia accolga un figlio non biologico e che la coppia adottiva sia finanziariamente in grado di provvedere al sostentamento del bambino.
“Per quanto riguarda la registrazione del bambino nei documenti ufficiali, il ministero registra un nome concordato con il padre adottivo, in modo che venga registrato presso il ministero e le autorità ufficiali che questo bambino è sotto la cura della famiglia”, spiega Attallah.
“Dopo i sette anni, la famiglia può raccontare al bambino come è entrato a far parte della famiglia, gradualmente e in termini semplici, in modo che non rimanga scioccato da questa informazione più avanti nella vita o quando scoprirà di avere genitori biologici”, aggiunge.
Fa notare che la guerra ha spinto molti ad adottare. “Ogni giorno ricevo decine di richieste da parte dei cittadini sulle procedure di adozione”, afferma.
Attallah spiega inoltre che il ministero sta attualmente ospitando 18 neonati sopravvissuti alla guerra senza le loro famiglie e i cui parenti non sono stati raggiunti, mentre un gran numero di bambini è stato accolto da famiglie di Gaza che non li hanno ancora portati al ministero.
Conclude sottolineando che il Ministero dello sviluppo sociale di Gaza sta affrontando enormi sfide, la più urgente delle quali è la difficoltà di raggiungere le famiglie a causa della vasta distruzione di case e infrastrutture, del collasso delle comunicazioni e del bombardamento delle strutture del Ministero stesso.
Traduzione a cura di Grazia Parolari
“Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali”
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