I cristiani palestinesi non sono semplicemente presenti in Palestina; sono tra le comunità storicamente più radicate nel Paese. Non sono affatto “stranieri” o “spettatori” coinvolti in un presunto conflitto religioso tra ebrei e musulmani.
Fonte: English version
Di Ramzy Baroud – 11 maggio 2026
Il video è raccapricciante, sebbene sia quel tipo di orrore ormai sinonimo del comportamento di Israele, del suo esercito, dei suoi coloni armati e di una società che è stata condizionata a vedere “l’altro” come subumano.
Eppure, questo non era il tipico video virale che emerge quasi quotidianamente dai Territori Occupati. La vittima, questa volta, non era una palestinese. Era un’anziana suora francese.
Il 1° maggio, da Gerusalemme sono emerse immagini che mostravano un uomo israeliano di 36 anni correre verso una suora, ricercatrice presso la Scuola francese di ricerca biblica e archeologica, da dietro e spingerla violentemente a terra.
In una raccapricciante dimostrazione di crudeltà, l’aggressore non si è limitato a colpire e fuggire. Si è allontanato di qualche passo, poi è tornato dalla donna a terra e l’ha presa a calci ripetutamente e senza pietà mentre giaceva inerme.
Ciò che ha colpito di più è stata la normalità che è seguita all’aggressione. L’aggressore è rimasto sul posto, a conversare con un altro uomo che sembrava del tutto imperturbabile da quello che in qualsiasi altro contesto sarebbe stato un evento devastante.
Il video si è brevemente imposto all’attenzione dei media di massa, suscitando condanne superficiali. Molti hanno interpretato l’evento come parte del più ampio contesto di violenza israeliana, indicando il Genocidio in corso a Gaza come l’esempio più lampante di questa aggressione incontrollata.
Ma nemmeno il contesto di violenza generale spiega completamente perché una suora francese sia stata presa di mira. Non è di carnagione scura, è europea, è cristiana e non vanta rivendicazioni storiche o territoriali che scatenerebbero la paranoia “di sicurezza” dello Stato Sionista.
Eppure, l’incidente è stato tutt’altro che “isolato”, nonostante la fretta dei funzionari israeliani di definirlo una “vergognosa” eccezione. Al contrario, la suora è stata attaccata specificamente perché cristiana.
Questo solleva la domanda: perché?
Per rispondere, dobbiamo riconoscere come i cristiani palestinesi siano stati sistematicamente cancellati dalla storia della loro stessa terra.
I cristiani palestinesi non sono semplicemente presenti in Palestina; sono tra le comunità storicamente più radicate nel Paese. Non sono affatto “stranieri” o “spettatori” coinvolti in un presunto conflitto religioso tra ebrei e musulmani.
In realtà, la presenza cristiana araba in Palestina precede l’era islamica di secoli. Essi sono i discendenti di tribù storiche che hanno plasmato l’identità della Regione ben prima dell’avvento delle moderne etichette politiche.
L’emarginazione dei cristiani palestinesi è un fenomeno relativamente recente, profondamente legato al colonialismo occidentale. Per secoli, le potenze europee hanno usato il pretesto di “proteggere” le comunità cristiane per giustificare i propri interventi imperiali.
Di conseguenza, questo ha inquadrato il cristiano autoctono non come un arabo sovrano con autonomia, ma come un soggetto sotto tutela dell’Occidente: una narrazione che di fatto lo ha privato del suo status di autoctono e lo ha alienato dal proprio tessuto nazionale agli occhi del mondo.
Il Sionismo ha aggiunto un ulteriore elemento letale a questa Cancellazione. Spesso si è presentato come “protettore” dei cristiani per evitare di suscitare l’ira dei suoi sostenitori occidentali. In realtà, i cristiani palestinesi sono stati soggetti alle stesse politiche di Pulizia Etnica, Razzismo e Occupazione militare dei loro fratelli e sorelle musulmani. Come altro si può spiegare il catastrofico declino della popolazione cristiana?
Prima della Nakba del 1948, i cristiani palestinesi rappresentavano circa il 12% della popolazione. Oggi, questa percentuale è crollata a un misero 1%. Solo durante la Nakba, decine di migliaia di persone furono espulse dalle loro case a Gerusalemme Ovest, Haifa e Jaffa, le loro proprietà saccheggiate e le loro comunità smantellate.
Un rapido sguardo a una mappa di Gerusalemme e Betlemme oggi racconta la storia di una continua Cancellazione. Gerusalemme viene sistematicamente svuotata della sua popolazione autoctona, sia cristiana che musulmana. Le proprietà e i luoghi di culto cristiani sono soggetti a restrizioni e la “Città Piccola” di Betlemme è stata inghiottita da una cintura di insediamenti illegali e da un muro di apartheid alto otto metri che ha trasformato il luogo di nascita di Cristo in una prigione a cielo aperto.
Eppure, nonostante tutto ciò, raramente sentiamo parlare della lotta per la sopravvivenza dei cristiani palestinesi. Il mondo, invece, assiste solo occasionalmente a “episodi”, come la diffusa abitudine degli estremisti ebrei di sputare sui pellegrini e sul clero straniero a Gerusalemme. Questo comportamento è diventato talmente normalizzato che ministri del governo israeliano, come Itamar Ben-Gvir, lo hanno difeso come un'”antica usanza ebraica” che non dovrebbe essere criminalizzata.
Il motivo per cui la storia dei cristiani palestinesi viene raramente raccontata è che non si inserisce facilmente nelle narrazioni di comodo utilizzate dai governi occidentali. Questi ultimi sono inclini a presentare il conflitto come uno scontro tra uno Stato Ebraico che lotta per la propria identità e una minaccia islamica monolitica. Israele è fortemente coinvolto in questo cliché dello “scontro di civiltà”, ponendosi come avanguardia della “civiltà occidentale” contro l’estremismo arabo.
Ma alcuni palestinesi, musulmani e cristiani, sono, in misura minore, anch’essi colpevoli di cadere in questa trappola. I primi spesso inquadrano la Resistenza palestinese come una lotta esclusivamente musulmana; nel frattempo, alcuni cristiani partecipano proprio al discorso che ha portato alla loro emarginazione.
Il Genocidio di Gaza, tuttavia, ha dimostrato che questa logica non solo è errata, ma anche insostenibile. Durante il Massacro, Israele ha distrutto più di 800 moschee, ma non ha risparmiato nemmeno i luoghi di culto cristiani. Il 19 ottobre 2023, un bombardamento aereo israeliano ha colpito un edificio all’interno del complesso della Chiesa di San Porfirio, una delle chiese più antiche del mondo. In quel Massacro, 18 cristiani palestinesi sono stati uccisi, il loro sangue si è mescolato alla polvere di un santuario che sorgeva da 1.600 anni. È stato un monito devastante che il missile israeliano non fa distinzione tra una moschea e una chiesa, né tra il sangue di un musulmano e quello di un cristiano.
La storia della suora francese merita tutta l’attenzione che ha ricevuto, così come il bombardamento dei pellegrini. Ma mentre i titoli dei giornali cambiano, dobbiamo ricordare che i cristiani palestinesi subiscono una sofferenza collettiva, radicata nel suolo della Palestina. Ora sono una comunità in pericolo e Israele ne è il responsabile. Senza di loro, la Palestina non è la stessa.
La Patria palestinese è completa solo quando è la culla della convivenza religiosa. E i cristiani palestinesi sono al centro di questa storia, che risale a due millenni fa. La loro sopravvivenza non è una “questione di minoranza”, bensì la sopravvivenza della Palestina stessa.
– Ramzy Baroud è un giornalista e redattore di The Palestine Chronicle. È autore di sei libri, tra cui “La Nostra Visione per la Liberazione: Leader Palestinesi Coinvolti e Intellettuali Parlano”, curato insieme a Ilan Pappé. Il suo ultimo libro è Prima del Diluvio. Ramzy Baroud è un ricercatore senior non di ruolo presso il Centro per l’Islam e gli Affari Globali (CIGA), dell’Università Zaim di Istanbul (IZU).
Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto
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