78 anni dalla Nakba e il crollo del progetto sionista

Per decenni, il progetto sionista ha venduto al mondo un’immagine accuratamente costruita: quella di una democrazia moderna, militarmente invincibile, moralmente superiore e destinata a durare per sempre. Oggi, quella narrazione sta crollando sotto gli occhi del mondo. Ma questa crisi non è cominciata ieri.

Fonte: English version

di Sayid Marcos Tenorio —11 maggio 2026

Con il 78° anniversario della Nakba — la catastrofe palestinese del 1948, che vide la cacciata di massa di centinaia di migliaia di palestinesi, la distruzione di interi villaggi e il consolidamento formale di un progetto coloniale di insediamento sulla Palestina storica — è impossibile separare la crisi attuale dalle sue radici fondanti.

Quello che stiamo vedendo a Gaza non è una rottura con la storia di Israele. È la continuazione radicale della stessa logica su cui è stato fondato.

Ciò che è in crisi non è semplicemente Benjamin Netanyahu o un governo eccezionalmente brutale. Ciò che sta collassando è il progetto sionista stesso, come struttura politica costruita sull’occupazione, l’apartheid, la supremazia etno-religiosa e la guerra permanente.

Netanyahu non ha creato queste contraddizioni. Le ha semplicemente accelerate, radicalizzate ed esposte senza maschere.

Per anni, certi settori dell’establishment politico occidentale hanno alimentato la finzione che Israele fosse una democrazia vitale, temporaneamente dirottata dall’estrema destra. Questa narrazione ignora una verità fondamentale: nessuna democrazia autentica può essere costruita sulla negazione sistematica dei diritti di un popolo indigeno.

Il primo grande crollo è militare. Per decenni, Israele ha coltivato il mito dell’invincibilità. Il suo esercito era presentato come tecnologicamente insuperabile, moralmente esemplare, capace di vittorie rapide e decisive. Gaza ha distrutto quel mito.

Dopo mesi di devastazione di massa, di distruzione di ospedali, scuole, università e campi profughi, Israele non ha raggiunto i propri obiettivi dichiarati. La resistenza palestinese è ancora operativa. Molteplici fronti di confronto hanno rivelato vulnerabilità strategiche senza precedenti.

Quando un regime deve distruggere civili su scala industriale per simulare la forza, è perché la sua forza reale ha già cominciato a declinare.

Ma la crisi va ben oltre il campo di battaglia. I progetti coloniali sopravvivono solo finché riescono a convincere i coloni che esiste un futuro che vale la pena difendere. Quel consenso sta cominciando a sgretolarsi. La paura permanente, l’insicurezza e l’erosione della fiducia nelle istituzioni statali stanno producendo un fenomeno devastante per qualsiasi impresa coloniale di insediamento: la fuga.

Quando gli stessi occupanti cominciano ad abbandonare il progetto che avrebbero dovuto consolidare, la crisi cessa di essere politica e diventa esistenziale. Ed è qui che emerge un contrasto devastante.

Il popolo palestinese, sottoposto a massacri, sfollamento forzato e distruzione sistematica, continua a dimostrare attaccamento alla propria terra, resilienza e capacità di resistenza. L’occupante, nonostante il suo schiacciante arsenale militare, mostra crescenti segni di frammentazione, paura e paralisi strategica. Il paradosso è brutale: chi ha perso la casa ha conservato la speranza; chi ha la superiorità militare ha perso la fiducia nel futuro.

Sul piano economico, le fratture si stanno approfondendo. Le guerre prolungate corrodono le economie, allontanano gli investimenti e minano la stabilità materiale necessaria a qualsiasi progetto statale. Nessun regime coloniale sopravvive con la sola forza militare. Quando economia, sicurezza e legittimità entrano in crisi simultaneamente, il crollo cessa di essere temporaneo.

Sul piano diplomatico e morale, il colpo può essere ancora più profondo. Il genocidio trasmesso in diretta televisiva da Gaza ha demolito il più potente scudo narrativo del sionismo: l’immagine di vittimismo permanente usata come difesa morale. La percezione globale è cambiata.

Per ampi settori dell’opinione pubblica internazionale, Israele non appare più come una democrazia assediata, ma come un regime di apartheid, occupazione e violenza strutturale. Nel tentativo di isolare Gaza, Israele ha isolato se stesso.

Mai la bandiera palestinese è stata così visibile nelle strade del mondo. Mai la solidarietà internazionale è stata così diffusa. Mai la legittimità morale del progetto sionista è stata messa così apertamente in discussione.

All’interno, l’implosione è altrettanto grave. La società israeliana è profondamente frammentata. Il consenso politico che sosteneva il regime si è incrinato. Il sistema giudiziario ha perso credibilità. Il parlamento è ostaggio della radicalizzazione estremista. La coesione sociale si sta deteriorando rapidamente.

Ma forse la domanda centrale è questa: Israele non sta fallendo nonostante la sua natura suprematista. Sta fallendo precisamente a causa di essa. Uno Stato fondato sulla supremazia etno-religiosa, sull’espulsione dei popoli indigeni e sulla guerra permanente porta in sé contraddizioni che sono, alla fine, insostenibili.

Il sionismo ha promesso sicurezza, ha consegnato guerra senza fine. Ha promesso normalità, ha consegnato militarizzazione totale. Ha promesso permanenza, ha consegnato una crisi esistenziale.

Con l’avvicinarsi del 78° anniversario della Nakba, la storia sembra richiedere il suo conto. I progetti costruiti sull’espulsione, la colonizzazione, l’apartheid e la negazione sistematica dei diritti di un popolo possono imporre sofferenza per decenni. Ma non possono sfuggire indefinitamente alle contraddizioni che portano nelle loro stesse fondamenta.

Netanyahu alla fine lascerà il potere. Ma la vera domanda storica è se il progetto che è venuto a incarnare possa sopravvivere alla crisi che ha contribuito ad accelerare. Quello che stiamo vivendo non è la crisi di un governo. È la decomposizione storica di un progetto coloniale suprematista che ha raggiunto il suo punto di non ritorno.

Traduzione a cura di Grazia Parolari 
“Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali”
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