Lo scandalo del furto di organi in Israele svela una cultura di profanazione.

La celebrazione della virtù dei donatori di reni a Tel Aviv non può cancellare i corpi palestinesi, gli avvertimenti forensi e gli scandali di traffico di organi che ancora richiedono giustizia.

Fonte: English version

Di Robert Inlakesh – 13 maggio 2026

Il 25 gennaio, il Presidente israeliano Isaac Herzog si è presentato davanti a una folla per celebrare quello che Tel Aviv ha definito un record mondiale di donazioni di reni. L’evento, promosso dopo una campagna di lobbismo presso il Guinness World Records (Registro dei Primati Mondiali), aveva lo scopo di proiettare un’immagine di generosità, disciplina e moralità.

Ma il Guinness ha riconosciuto come record solo l’evento in sé, non le donazioni di reni che Tel Aviv aveva trasformato in uno spettacolo di pubbliche relazioni.

I corpi dietro ai numeri

A Gaza, dove Israele ha rimpatriato corpi palestinesi in sacchi, a volte decomposti, mutilati o con segni di interventi chirurgici, la celebrazione ha avuto un impatto diverso. Per i funzionari sanitari palestinesi, la questione non era come Israele avesse prodotto così tanti donatori, ma se tutti quei corpi avessero dato il loro consenso.

A smascherare la “facciata propagandistica” di Israele è stato nientemeno che il dottor Munir al-Bursh, direttore generale del Ministero della Sanità palestinese a Gaza. Ha affermato che i “numeri record” di Israele sollevavano seri interrogativi sulla provenienza dei reni e degli altri organi che ora vengono celebrati. Ha sottolineato la netta contraddizione di uno Stato Occupante che per anni ha conservato i corpi dei palestinesi nei “cimiteri dei numeri” e nei frigoriferi, presentandosi al mondo come un modello umanitario nella donazione di organi.

Bursh ha citato casi documentati di corpi restituiti alle famiglie privi di organi, soprattutto reni, senza referti medici, autopsie o alcuna possibilità di accertamento delle responsabilità. Ha chiesto un’indagine internazionale indipendente per accertare se il presunto successo di Israele sia stato costruito sul furto di organi palestinesi.

Poco più di una settimana dopo, Israele ha restituito i resti sparsi di circa 54 palestinesi all’Ospedale Al-Shifa di Gaza. Le squadre forensi si sono subito messe al lavoro nel tentativo di identificare i corpi e dare un po’ di pace alle famiglie, ma hanno notato che molti cadaveri presentavano chiari segni di Tortura e di asportazione chirurgica di organi.

Non si trattava del primo avvertimento di questo tipo dall’Operazione Onda di Al-Aqsa. Già dieci giorni dopo l’inizio del Genocidio israeliano a Gaza, erano emerse accuse di furto di organi. Alla fine di novembre 2023, l’Osservatorio Euro-Mediterraneo per i Diritti Umani ha chiesto un’indagine sul furto di organi palestinesi, dopo che “i medici avevano trovato prove di furto di organi, tra cui coclee e cornee mancanti, oltre ad altri organi vitali come fegato, reni e cuori”.

Israele e i suoi sostenitori hanno cercato di arginare la diffusione di queste accuse invocando l’accusa di “omicidio rituale” e l’antisemitismo. Poiché le prove provenivano da palestinesi, le richieste di un controllo internazionale sono rimaste in gran parte inascoltate.

Uno scandalo che Israele nonha mai insabbiato

Questo è esattamente ciò che accadde all’inizio degli anni ’90, quando medici palestinesi e familiari delle vittime accusarono Israele di prelievo illegale di organi durante la Prima Intifada. Nel 1992, l’allora Ministro della Sanità israeliano Ehud Olmert organizzò persino una campagna pubblica per la donazione di organi, proprio come oggi, per dare un’immagine di umanitarismo.

Nel 1999, l’antropologa statunitense Nancy Scheper-Hughes iniziò a denunciare ciò che era stato a lungo ignorato. Come co-fondatrice di Organs Watch, un’organizzazione creata per monitorare il traffico di organi e il suo costo umano, portò la questione all’attenzione di una sottocommissione del Congresso degli Stati Uniti nel 2001.

La svolta arrivò con la sua intervista pubblicata a Yehuda Hiss, capo patologo dell’Istituto forense Abu Kabir, l’unica struttura israeliana autorizzata a eseguire autopsie in caso di morte non naturale.

Hiss ammise che Abu Kabir aveva prelevato organi da corpi palestinesi senza consenso.

La versione ufficiale israeliana, elaborata attraverso un’indagine interna, sosteneva che il furto di organi non fosse mirato specificamente ai palestinesi, ma che anche i soldati israeliani ne fossero vittime. Tuttavia, il Canale 2 israeliano ha trasmesso un documentario sulla questione, intervistando i patologi di Abu Kabir, uno dei quali ha esplicitamente dichiarato: “Non abbiamo mai prelevato la pelle dai corpi dei soldati israeliani, ma da quelli di altri”.

Nel 2009, Scheper-Hughes ha affermato che gran parte del traffico illecito di reni a livello mondiale può essere ricondotto agli israeliani. “Israele è al vertice”, ha dichiarato, sostenendo che “i suoi tentacoli si estendono in tutto il mondo”. Ha inoltre riferito che cittadini israeliani, spesso retribuiti dal Ministero della Salute e nell’ambito di un progetto finanziato dal Ministero della Difesa, erano responsabili del turismo dei trapianti su larga scala.

Gli israeliani hanno sfruttato popolazioni vulnerabili dal Brasile alle Filippine. Un servizio della BBC del 2001 descriveva addirittura una situazione in cui “centinaia di israeliani avevano creato una catena di montaggio che partiva dai villaggi della Moldavia, dove oggi gli uomini camminano con un solo rene”.

In un articolo controverso per l’epoca, il quotidiano svedese Aftonbladet pubblicò nel 2009 affermazioni secondo cui i palestinesi erano stati presi di mira e uccisi per i loro organi dall’esercito israeliano.

Sebbene Israele e i suoi sostenitori tendano a minimizzare l’intero scandalo, sostenendo che si trattasse di una serie di casi isolati, Hiss e i suoi colleghi patologi di Abu Kabir, che ammisero pubblicamente il furto di organi, non furono nemmeno puniti per il loro comportamento. Hiss non fu condannato a una lunga pena detentiva; anzi, gli fu permesso di continuare a lavorare ad Abu Kabir.

In altre parole, non ci fu mai alcuna assunzione di responsabilità, solo un’indagine interna israeliana, seguita dalle promesse dell’esercito e del governo israeliani di non prelevare più organi dai palestinesi.

I numeri dietro al primato di Tel Aviv

L’organizzazione israeliana al centro dell’attuale rivendicazione del primato mondiale è Matnat Chaim, fondata nel febbraio 2009, poco dopo l’approvazione da parte di Tel Aviv di una legge che vieta il traffico di organi. Gerusalemme, dove ha sede l’organizzazione, è quindi diventata la prima città in Israele per le donazioni altruistiche di reni. Tel Aviv afferma che Matnat Chaim ha superato i 2.000 trapianti, conquistando il primato celebrato a gennaio.

I dati disponibili sollevano ovvi interrogativi.

Tra il 2009 e il 2021, Matnat Chaim ha dichiarato di aver effettuato 1.000 trapianti. Nel 2022, secondo i dati della stessa organizzazione no-profit, ne ha facilitati 202, in calo rispetto ai 215 dell’anno precedente. Ciò significa che il totale pubblicamente disponibile prima delle accuse del novembre 2023 era di 1.277. Per raggiungere quota 2.000, l’organizzazione avrebbe dovuto aggiungere 723 trapianti in poco più di tre anni.

Secondo il Centro Nazionale Trapianti di Israele, il numero totale di trapianti da donatore vivente per il 2023, 2024 e 2025 è stato di 923. Nel 2022, l’ultimo anno per il quale sono disponibili dati pubblici sul contributo specifico di Matnat Chaim, l’organizzazione ha rappresentato il 63% dei trapianti da vivente. Se tale percentuale si mantenesse, la sua quota in quei tre anni sarebbe di circa 581 trapianti, poco al di sotto della soglia dei 2.000.

Questo, di per sé, non incrimina Matnat Chaim. Tuttavia, spiega perché Bursh abbia messo in dubbio l’affermazione senza riserve, soprattutto alla luce della lunga storia di furto di organi da parte di Israele e delle testimonianze provenienti dagli ospedali di Gaza.

Un altro dato interessante, che alimenta lo scetticismo riguardo alle cifre estremamente elevate vantate da Israele, è che solo il 14% della sua popolazione ha firmato la tessera di donatore Adi (Ehud) Ben Dror. Questo colloca Israele tra i Paesi sviluppati con la percentuale più bassa di donatori. Nella maggior parte dei Paesi occidentali, la percentuale media di persone che si iscrivono al registro dei donatori di organi è del 30%.

La donazione di organi è da tempo un argomento controverso tra gli israeliani. Ad esempio, il Rabbino Capo della Palestina Occupata dai britannici nel 1931 dichiarò che l’idea che tale pratica profanasse i morti era “esclusiva degli ebrei, i gentili non avevano motivo di essere particolarmente cauti nell’evitarla se esisteva una ragione naturale per farlo, come ad esempio motivi medici”.

Nel 1996, l’influente Rabbino Yitzhak Ginsburgh della setta Chabad Lubavitch affermò che se una persona ebrea avesse bisogno di un fegato, “si potrebbe prendere il fegato di un innocente non ebreo di passaggio per salvarlo? La Torah probabilmente lo permetterebbe. La vita ebraica ha un valore infinito. C’è qualcosa di infinitamente più sacro e unico nella vita ebraica rispetto a quella non ebraica”.

L’attuale posizione pubblica delle massime autorità religiose israeliane è che la donazione di organi sia permessa agli ebrei, ma questo consenso è relativamente recente. Solo nell’ultimo decennio si è registrato un notevole aumento dei donatori ebrei. Per molti ebrei osservanti, la questione rimane controversa.

Questo contesto sociale, unito alla popolazione relativamente ridotta di Israele, rende ancora più sospetto il fatto che la Banca Nazionale della Pelle di Israele, ad esempio, sia stata indicata come una delle più grandi, se non la più grande, al mondo. La Banca opera congiuntamente sotto il Ministero della Sanità israeliano e l’esercito.

La profanazione come politica

Israele ha a lungo trattato i corpi dei palestinesi come strumenti di controllo. Nel 2017, Tel Aviv ha ammesso di aver perso le tracce dei corpi di prigionieri politici palestinesi deceduti in detenzione. La spiegazione addotta era la pratica israeliana di seppellire i palestinesi in fosse comuni anonime, in quello che è noto come il “Cimitero dei Numeri”, un metodo crudele ideato per impedire alle famiglie di ritrovare i propri cari. I palestinesi hanno anche espresso il timore che alcuni dei corpi scomparsi siano stati derubati dei loro organi.

Al di fuori della Palestina, gli israeliani sono stati ripetutamente collegati a casi di traffico di organi in tutto il mondo.

L’unica persona mai condannata negli Stati Uniti per traffico di organi è stata un israeliano di nome Levy Izhak Rosenbaum. Il giudice distrettuale statunitense Anne Thompson dello Stato del New Jersey lo ha descritto come un “profittatore” del mercato nero che “commerciava nella miseria umana”. Ha scontato solo due anni e mezzo di carcere ed ha evitato l’espulsione.

Nel 2010, cinque cittadini israeliani, tra cui un Generale dell’esercito in pensione, sono stati accusati di gestire un’organizzazione di traffico di organi. Il loro sistema abusivo è stato descritto come una “forma di schiavitù moderna”, che sfruttava persone vulnerabili nei Paesi in via di sviluppo per il prelievo di organi. Il caso ha messo in luce una scomoda contraddizione per il sistema giudiziario israeliano: la condotta che ora veniva perseguita era stata, solo due anni prima, di fatto tollerata dalle strutture statali.

Nel 2015, le autorità turche hanno arrestato un presunto trafficante di organi israeliano, indagando su un’organizzazione criminale responsabile del traffico di rifugiati siriani. Nel 2024, quattro cittadini israeliani sono stati arrestati dalla polizia turca in un’operazione contro un’altra organizzazione che prendeva di mira anch’essa rifugiati siriani e altre popolazioni svantaggiate in Turchia.

Nel 2018, la polizia di Cipro ha arrestato il cittadino israeliano Moshe Harel, accusandolo di gestire un’organizzazione internazionale di traffico di organi, in uno scandalo che risale al 2008, quando un uomo turco collassò all’aeroporto di Pristina, visibilmente sofferente dopo aver subito l’asportazione di un rene. Harel era già stato arrestato dalle autorità israeliane nel 2012, ma era stato rilasciato.

I casi sopracitati sono ora considerati illegali dal governo israeliano. Ma c’è stato un tempo in cui gli israeliani che si recavano all’estero per il prelievo di organi non solo erano tollerati, ma addirittura incoraggiati. Questa storia contribuisce a spiegare perché i cittadini israeliani continuano a comparire in scandali di traffico di organi in diversi continenti. Lo stesso Ministero della Sanità israeliano ha contribuito a promuovere una cultura in cui i corpi dei poveri, degli sfollati e degli occupati potevano essere trasformati in materiale medico.

Perchè nessuna indagine?

Nonostante questa storia documentata, le istituzioni occidentali continuano a sostenere l’esercito israeliano. Nell’ottobre dello scorso anno, l’Università della California del Sud è stata smascherata per aver venduto 32 cadaveri umani all’esercito statunitense, utilizzati per l’addestramento chirurgico da parte dell’esercito israeliano. Il Consiglio per le Relazioni Americane–Islamiche ha condannato la rivelazione definendola “inquietante”. I corpi di cittadini americani deceduti erano stati venduti a una rete che alimentava un esercito impegnato in un Genocidio a Gaza.

Un mese dopo, nuove accuse di furto di organi sono emerse da parte di medici nella Striscia di Gaza. Questo è avvenuto durante il rilascio di un lotto di cadaveri all’Ospedale Nasser di Khan Yunis, dove un medico ha commentato: “I corpi sono arrivati ​​imbottiti di cotone, con delle lacune che suggeriscono l’asportazione di organi. Ciò che abbiamo visto è indescrivibile”.

Considerata la mole di prove e accuse che indicano il coinvolgimento di Israele nel prelievo sistematico di organi durante il Genocidio, sorge spontanea la domanda sul perché non sia ancora stata avviata un’indagine internazionale indipendente.

Come all’inizio degli anni ’90, le prove palestinesi vengono nuovamente insabbiate dietro la protezione politica occidentale, il timore di ritorsioni da parte delle lobby israeliane e la presunzione radicata che le istituzioni israeliane siano in grado di indagare su se stesse.

-Robert Inlakesh è un analista politico, giornalista e documentarista attualmente residente a Londra, Regno Unito. Ha scritto e vissuto nei Territori Palestinesi Occupati e conduce lo speciale televisivo “Palestine Files”. È regista di “Steal of the Century: Trump’s Palestine-Israel Catastrophe” (Il Furto del Secolo: La Catastrofe di Trump tra Palestina e Israele).

Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto 
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