Israele ha un piano per trasferire migliaia di beduini palestinesi in un gigantesco ghetto.

Il progetto del”quartiere di Shami” prevede la pulizia etnica della popolazione beduina delle zone più remote della Cisgiordania orientale, nell’ambito del piano israeliano per assumere il controllo totale dello strategico corridoio della “Grande Gerusalemme”, che dividerebbe in due la Cisgiordania.

Fonte: English version

Immagine di copertina: Abu Nayef al-Jahhalin, 71 anni, la cui comunità beduina a Jabal al-Baba è minacciata di sfollamento forzato, maggio 2026. (Foto: Shatha Hammad)

Di Shatha Hammad  – 21 maggio 2026 

Salem al-Jahalin, 73 anni, noto anche come Abu Nayef, gira intorno alla sua casa nella comunità beduina di Jabal al-Baba, fuori dalla città di al-Aizariya, a est di Gerusalemme. I suoi occhi scrutano il territorio circostante fin dove riescono a vedere, pronti a qualsiasi incursione dell’esercito israeliano. Questa è la quarta volta che i militari minacciano di demolire la sua casa, consegnandogli, ancora una volta, un avviso che lo informa che il suo terreno è stato rivendicato da uno dei più grandi blocchi di insediamenti in Cisgiordania: “La tua casa è costruita sui terreni di Ma’ale Adumim”.

La tazza di tè di Abu Nayef si raffredda prima che riesca a sorseggiarla, la mente occupata dall’incerto destino che lo perseguita, come tutti i beduini intorno a Gerusalemme. Le sue dita arrotolano una nuova sigaretta Mentre cerca di accenderla, le gocce di pioggia la colpiscono una volta, il vento la spegne la volta successiva. “Ogni volta che distruggono, noi ricostruiamo”, dice Abu Nayef. “Dove andremmo? Vogliono cacciarci da questa terra, ma è impossibile: moriremo prima di andarcene.”

La situazione di Salem è simile a quella di ogni beduino palestinese che vive nel deserto di Gerusalemme, localmente noto come badiya di Gerusalemme, una vasta distesa di pianure semi-aride e dolci colline che le comunità beduine chiamano casa da generazioni. Queste comunità rappresentano ora l’ultimo ostacolo al progetto di insediamento E1 , un piano di colonizzazione a lungo bloccato che mira a impadronirsi di un territorio strategico nel punto di congiunzione tra la Cisgiordania settentrionale e quella meridionale, e che comprende anche l’area che Israele chiama “Grande Gerusalemme”.

Jabal al-Baba è una delle 46 comunità beduine sparse nella badiya , che si estende attraverso la steppa fino al Mar Morto. Insieme formano un grande blocco di popolazione palestinese a est della città, insieme alle quattro città palestinesi di Abu Dis, al-Aizariya, Za’im e al-Sawahra. Sebbene oggi non sia disponibile una stima precisa del numero totale di persone in queste 46 comunità, nel 2017 l’ Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) ha indicato una cifra di 8.174.

Un elemento chiave del piano per il trasferimento della popolazione beduina dall’area E1 è la loro sedentarizzazione forzata su 170 dunam di terreno ad Abu Dis. Noto come progetto “quartiere Shami” o Piano n. 1627/7 , il piano è stato presentato a marzo all’Amministrazione Civile Israeliana, l’organismo militare responsabile della gestione degli affari civili dei palestinesi nella maggior parte della Cisgiordania.

Il cosiddetto “quartiere” è destinato ad ospitare le comunità beduine di Khan al-Ahmar , Abu al-Nuwar, Arab al-Jahalin, Wadi Jamal, Jabal al-Baba, Wadi Suneisel e Bir al-Maskub.

All’inizio di questa settimana, i primi passi del piano di reinsediamento forzato sono stati avviati dal ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, esponente della linea dura, che martedì ha emesso un ordine per l’immediata rimozione della comunità beduina di Khan al-Ahmar. Il quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth ha riferito che la mossa di Smotrich è giunta in risposta alla divulgazione di una richiesta segreta da parte del procuratore della Corte penale internazionale (CPI) Karim Khan per un mandato di arresto internazionale nei suoi confronti.

Abu Nayef al-Jahhalin, 71 anni, la cui comunità beduina a Jabal al-Baba è minacciata di sfollamento forzato, maggio 2026. (Foto: Shatha Hammad)

Jabal al-Baba e il terrore del piano E1

Il clan Jahalin , da cui discende Abu Nayef, fu per la prima volta sfollato da Israele durante la Nakba nel 1948, venendo espulso dalla città di Tel Arad, nel Negev nord-orientale. Da allora, i Jahalin si sono sparsi nelle steppe intorno a Gerusalemme, ma quelle terre sono state gradualmente occupate dall’esercito israeliano per la costruzione di insediamenti nel corso di diversi decenni, costringendo i Jahalin a vivere in comunità beduine stabili. Questo ha costretto Abu Nayef a stabilirsi nella comunità di Jabal al-Baba, vicino alla città palestinese di al-Aizariya. “Non ci sono più beduini”, dice. “Ci hanno accerchiati: non possiamo più raggiungere i pascoli. A chiunque ci arrivi vengono portate via le pecore. Metà di noi ha venduto il bestiame.”

Oggi, Jabal al-Baba è minacciata dallo sfollamento, afferma Abu Nayef. “Il muro ci circonda e, una volta completato, il territorio verrà annesso a Ma’ale Adumim”, dichiara.

Uno stormo di piccioni volteggia sopra i rifugi della comunità di Jabal al-Baba, coperti da lamiere ondulate, prima di scomparire all’orizzonte. A terra, una famiglia è impegnata a ricostruire una casa danneggiata dall’inverno. Un senso di inquietante normalità pervade la comunità, mentre i bambini giocano tra le case e l’odore di cibo si diffonde nell’aria, segnalando il ritorno dei pastori e l’avvicinarsi del tintinnio dei campanacci del bestiame.

Migliaia di beduini palestinesi sono stati cacciati dalle loro terre di pascolo ancestrali a causa delle violenze dei coloni israeliani, iniziate due anni fa, il 7 ottobre 2023. (Foto: Shatha Hammad)

Dal centro di Jabal al-Baba, si può osservare l’insediamento di Ma’ale Adumim che si avvicina sempre di più, espandendosi nell’ambito di una serie di progetti di costruzione di insediamenti recentemente approvati . In un’altra direzione, sono visibili le strade che servono l’insediamento e, a est, il muro di separazione isola completamente la comunità da Gerusalemme. Lo scenario che si dispiega è quello di un popolo circondato da ogni lato, con l’unico accesso alla propria comunità attraverso al-Aizariya.

«Il nostro accerchiamento è iniziato con la confisca dei pascoli per far posto ad insediamenti e strade», afferma Atallah al-Jahalin, rappresentante della comunità di Jabal al-Baba. «Ma Israele non è mai soddisfatto. Non vuole solo eliminarci come comunità beduine, vuole cancellarci dal tessuto demografico di Gerusalemme».

Oggi, i beduini di Jabal al-Baba sono diventati una spina nel fianco del progetto E1, proteggendo circa 12.000 dunam (circa 12 chilometri quadrati) e ostacolando l’espansione degli insediamenti in quelle terre. Il loro allontanamento costituirebbe il primo passo verso il collegamento di Ma’ale Adumim a Gerusalemme. “In tutti questi anni, Israele ci ha fatto pressioni affinché lasciassimo la zona”, afferma Atallah. “Finora sono state effettuate più di 100 operazioni di demolizione. Quasi ogni casa a Jabal al-Baba è stata demolita almeno una volta.”

«E ogni volta ricostruiamo, perché non abbiamo alternative», aggiunge. «Ci rifiutiamo di rivivere la Nakba che hanno subito i nostri padri».

Atallah Jahhalin, rappresentante della comunità beduina di Jabal al-Baba, minacciata di trasferimento forzato per far posto al progetto di insediamento israeliano E1, maggio 2026. (Foto: Shatha Hammad)

Spazzare via un intero stile di vita

Hassan Mlehat, supervisore generale dell’Organizzazione Baidar per i diritti dei beduini, spiega che le comunità beduine “formano una cintura di sicurezza per la città di Gerusalemme da est, contro l’espansione degli insediamenti”.

Proprio per questo motivo, negli ultimi tre anni Israele ha intensificato la creazione di insediamenti pastorali e dei cosiddetti ” avamposti di pastorizia ” in prossimità di queste comunità.

«Gli avamposti pastorali sono diventati centri di attacchi terroristici contro i beduini palestinesi», afferma Mlehat, «tra cui la distruzione di infrastrutture, il taglio delle tubature dell’acqua, la distruzione dei pannelli solari e il furto di bestiame».

Gli abitanti di Hathroura si sono rifiutati di ricevere giornalisti o qualsiasi altra organizzazione. Ci hanno risposto con una sola domanda: “Cosa abbiamo ottenuto da tutte queste chiacchiere? Perché nessuno ci ha aiutato?”.

Di conseguenza, molte comunità sono state costrette ad abbandonare le proprie terre e a vendere il bestiame. Alcune, come le comunità beduine dei pendii orientali di Ramallah , che si affacciano sulla valle del Giordano, si sono spostate verso le colline a ovest, dove sono state costrette ad acquistare terreni e a stabilirsi a causa della mancanza di pascoli. Altre, come le oltre 1.200 persone che fino a pochi mesi fa vivevano nella rigogliosa valle di Ras Ain al-Auja , sono state costrette a smantellare le proprie case con le proprie mani e ad abbandonare un intero stile di vita. L’ultima comunità a essere spazzata via è stata la frazione di Khallet al-Sidra, vicino al villaggio di Mikhmas, a nord-est di Gerusalemme. Le 16 famiglie che componevano la comunità sono state sfollate nel marzo 2026.

Ad oggi, circa 88 comunità beduine sono state sfollate e, ad aprile 2026, i coloni hanno fondato altri sei avamposti rurali nel deserto a est di Gerusalemme, replicando il modello utilizzato per sfrattare le altre.

Gli insediamenti e gli avamposti israeliani hanno scacciato migliaia di beduini palestinesi dalle loro terre di pascolo ancestrali, ponendo fine a un intero stile di vita, maggio 2026. (Foto: Shatha Hammad)

Secondo l’organizzazione israeliana di monitoraggio di Gerusalemme Ir Amim , l’attività di insediamento intorno a Gerusalemme ha subito cambiamenti fondamentali e in rapida accelerazione, minacciando la presenza palestinese nella zona. Gli sviluppi più significativi includono l’approvazione di progetti per circa 3.400 unità abitative e l’importante espansione di Ma’ale Adumim. Sono inoltre previsti quattro nuovi insediamenti – Mevasheret Adumim, Mishmar Yehuda, Yatzeef e Bar Kokhba – insieme a una serie di avamposti e alla costruzione della Strada 45 (uno dei numerosi progetti infrastrutturali volti a collegare gli insediamenti a Gerusalemme). L’esercito israeliano ha anche eretto circa 16 cancelli di ferro che limitano la libertà di movimento dei palestinesi e consentono la chiusura prolungata delle strade.

In questo contesto di escalation, al-Baidar stima che negli ultimi due anni oltre 10.000 beduini palestinesi siano stati sfollati dai loro pascoli ancestrali in tutta la Cisgiordania. Altre migliaia rimangono a rischio di trasferimento.

La strada isolerebbe le comunità di Wadi Jamal e Jabal al-Baba, tra al-Aizariyah e Maale Adumim. (Mappa tratta da Peace Now)

Una prigione gigantesca per le comunità beduine

Secondo una dichiarazione del governatorato palestinese di Gerusalemme, i piani per il “quartiere Shami”, destinato ad ospitare i beduini rimasti nella zona E1, mirano a convertire il terreno, attualmente adibito a pascolo e agricoltura, in un quartiere residenziale urbano, con 79 dunam (unità di misura locale) destinati alla costruzione di abitazioni e oltre 35 dunam alla rete stradale. I progetti residenziali del quartiere prevedono 12 unità abitative per dunam, ciascuna composta da 6 piani: un’indicazione che il progetto mira a sedentarizzare forzatamente i beduini e a cancellarne l’identità. “L’obiettivo di Israele non è modernizzare i beduini, che fanno parte del variegato tessuto sociale della Palestina”, afferma Mlehat. “Il suo obiettivo è sfrattarli e sostituirli con coloni”.

Non è la prima volta che Israele propone piani di sedentarizzazione per le comunità beduine in Cisgiordania, principalmente perché queste vivono in aree geografiche che le autorità israeliane ritengono necessario controllare. Nel 2007, Israele tentò di creare un insediamento urbano per le comunità beduine, secondo quanto affermato da Maruf al-Rafai, portavoce del governatorato di Gerusalemme. I beduini respinsero la proposta, così come respinsero un tentativo analogo nel 2016-2017, quando Israele costruì un quartiere con diverse unità abitative a est di al-Aizariya e cercò di trasferirvi le comunità di Khan al-Ahmar.

Il clan Jahhalin della comunità beduina di Jabal al-Baba rischia il trasferimento forzato per far posto al progetto di insediamento israeliano E1, maggio 2026. (Foto: Shatha Hammad)

«Il progetto del quartiere di Shami procede parallelamente al tentativo di Israele di annettere Ma’ale Adumim a Gerusalemme e di costruire nuove strade per gli insediamenti», ha aggiunto al-Rafai. Alla domanda sul perché queste comunità siano state prese di mira, ha risposto che «perché queste comunità beduine rappresentano un ostacolo al completamento di questi piani di insediamento».

Nonostante le comunità beduine respingano il progetto del quartiere di Shami, Israele sta portando avanti la costruzione, edificando infrastrutture e preparando i progetti ingegneristici. “Oggi temiamo seriamente che Israele inizi a sfrattare con la forza le comunità beduine che vivono intorno a Gerusalemme, costringendole a trasferirsi in questo quartiere”, ha affermato al-Rafai.

Abu Nayef al-Jahhalin, 71 anni, la cui comunità beduina a Jabal al-Baba è minacciata di sfollamento forzato, maggio 2026. (Foto: Shatha Hammad)

I beduini sono stati abbandonati

Durante tutto questo periodo, i membri della comunità di Jabal al-Baba affermano di essere stati costretti ad agire da soli, senza alcun sostegno internazionale. Ma, cosa ancora più importante, sostengono di non aver ricevuto un supporto significativo nemmeno dall’Autorità Palestinese, nonostante l’abbandono delle loro terre avrebbe ripercussioni su tutti in Cisgiordania, non solo sui beduini. Data la posizione strategica di E1, che collega le due metà della Cisgiordania, la presenza continua dei beduini nella zona mantiene la continuità demografica dei palestinesi tra il nord e il sud del territorio. Il loro allontanamento equivarrebbe a dividere la Cisgiordania in due.

Prima di visitare Jabal al-Baba, il nostro reportage ci ha portato alla comunità beduina di Hathroura, nel Khan al-Ahmar. Raggiungerla è stato difficile, poiché abbiamo dovuto percorrere sentieri sterrati impervi, noti per essere teatro di imboscate da parte dei coloni che avevano stabilito un avamposto e un allevamento di cavalli nelle vicinanze. Ma al nostro arrivo, siamo stati accolti da una sorpresa: gli abitanti di Hathroura si sono rifiutati di ricevere giornalisti o qualsiasi altra organizzazione. Ci hanno risposto con una sola domanda: “Cosa abbiamo ottenuto da tutte queste chiacchiere? Perché nessuno ci ha aiutato?”.

La strada per Khan al-Ahmar, una delle 46 comunità beduine minacciate di sfollamento forzato per far posto al progetto di insediamento israeliano E1 intorno a Gerusalemme, maggio 2026. (Foto: Shatha Hammad)

Nonostante gli attacchi, la comunità di Hathroura è una delle poche ancora in piedi. Eppure, la loro capacità di affrontare quotidianamente gli attacchi dei coloni senza mai andarsene è stata a malapena riportata dai notiziari. “Le case hanno subito danni a causa dell’inverno e nessuno ci ha risarcito”, ha affermato un residente, sottolineando la mancanza di sostegno per consolidare la loro presenza.

Abbiamo lasciato Hathroura senza interviste, portando con noi solo le domande che ci avevano posto: dove sono i progetti che, a quanto pare, dovrebbero aiutarli?

Maruf al-Rafai tenta una risposta poco convinta: “Esiste un comitato congiunto composto da istituzioni dell’Autorità Palestinese e organizzazioni internazionali che si occupa di fornire cibo, foraggio e assistenza sanitaria gratuita. Ma a volte Israele ci ostacola. Ci hanno impedito di portare lamiere d’acciaio nella comunità di Khallet al-Sidreh”.

I palestinesi della comunità affermano che non è affatto sufficiente e che non si tratta solo di una questione di aiuti umanitari. “Inquadrarla come una questione umanitaria, come sostiene l’Autorità, la svuota del suo vero significato”, ha spiegato Mleihat. “La questione beduina è una questione di politica, diritto internazionale, giustizia internazionale e diritti umani”.

Ma le parole di Atallah Jahhalin di Jabal al-Baba sono state le più dure. “Siamo stati ingannati dagli Accordi di Oslo e dai discorsi su uno Stato palestinese e sui diritti dei palestinesi”, ha affermato. “Oggi abbiamo smascherato la falsità di tutto ciò: niente di tutto questo esiste sul campo”.

Shatha Hammad è una giornalista palestinese specializzata in reportage approfonditi sulla Cisgiordania, dove lavora sul campo dal 2011. Ha conseguito una laurea in giornalismo e scienze politiche e un master in studi arabi contemporanei presso l’Università di Birzeit.

Traduzione a cura di Grazia Parolari 
“Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali”
Gli altri articoli del BLOG: Invictapalestina.org
Eventi a noi segnalati: Eventi

Disclaimer: non sempre Invictapalestina condivide le opinioni espresse negli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire e approfondire gli argomenti da noi proposti. I contenuti offerti dal BLOG sono redatti/tradotti gratuitamente con la massima cura/diligenza, Invictapalestina tuttavia, declina ogni responsabilità, diretta e indiretta, nei confronti degli utenti e in generale di qualsiasi terzo, per eventuali imprecisioni, errori, omissioni.