Israele non sta più “sparando e piangendo”.

Una società di coloni premiata per la sua violenza ha smesso di fingere di piangerla.

Fonte: English version

Immagine di copertina: Soldati israeliani protestano al cancello della base militare di Sde Teiman, a sostegno dei soldati interrogati per maltrattamenti nei confronti dei detenuti, lunedì 29 luglio 2024. (Foto AP/Tsafrir Abayov)

Di Muhannad Ayyash 26 maggio 2026

Le ultime rivelazioni sulle brutali torture inflitte da Israele ai prigionieri palestinesi, tra cui stupri e violenze sessuali, hanno offerto al mondo un’ulteriore testimonianza dell’orribile realtà della vita dei palestinesi sotto l’incessante occupazione coloniale israeliana. Chiunque possieda un minimo di decenza umana si sente inorridito, indignato e sconvolto dai racconti emersi. La maggior parte delle persone nel mondo non riesce nemmeno a immaginare di assistere, figuriamoci di commettere, gli atti di tortura ripugnanti e raccapriccianti descritti nelle testimonianze delle vittime palestinesi.

La dura realtà è che non è la prima volta che sentiamo parlare di violenza sessuale, stupro e altre terrificanti forme di tortura psicologica e fisica nelle carceri israeliane. Studiosi e organizzazioni della società civile documentano tali atrocità da decenni. Prima dell’ottobre 2023, gli studiosi avevano già documentato come le condizioni all’interno delle carceri israeliane fossero peggiorate per i palestinesi a partire dagli anni 2010. Negli ultimi due anni e mezzo, queste condizioni già orribili si sono ulteriormente aggravate.

In questo periodo, abbiamo anche assistito all’emergere di un altro aspetto inquietante della violenza israeliana, non solo all’interno delle camere di tortura ma anche al di fuori di esse: la gioia con cui la violenza viene perpetrata.

Leggendo le testimonianze dei detenuti e dei prigionieri palestinesi, emerge chiaramente che le guardie israeliane non solo commettono torture con regolarità, ma che uno degli aspetti più significativi di queste torture è che vengono perpetrate mentre le guardie ridono. In numerose testimonianze, le vittime raccontano delle risate delle guardie. Questo solleva un interrogativo spesso ignorato: chi può trovare piacere e gioia in tali atti di tortura? In quali circostanze la risata può essere considerata una reazione appropriata e un accompagnamento alla tortura? La gravità di questi interrogativi diventa ancora più terrificante e angosciante se consideriamo che questo fenomeno del ridere mentre si infligge una violenza gratuita e senza freni non è una novità di queste ultime rivelazioni.

Negli ultimi due anni e mezzo di genocidio in corso, abbiamo assistito a decine di soldati israeliani che non solo si filmavano mentre commettevano atti genocidi, come la distruzione indiscriminata di case e interi quartieri, il massacro di civili, compresi bambini, il furto dei beni di civili appena uccisi o espulsi con la forza, il ferimento di palestinesi innocenti e così via, ma mostravano anche una palese gioia nel farlo.

L’unità investigativa di Al Jazeera ha creato un database che raccoglie alcuni di questi video. In un esempio, un soldato franco-israeliano indica un detenuto e si vanta: “Guarda, si è fatto la pipì addosso. Guarda, ti mostro la sua schiena. Riderai. Guarda, lo hanno torturato per farlo parlare. Hai visto la sua schiena? Figlio di puttana”. Perché questo soldato è così fermamente convinto che chi guarda il video “riderà”? Qui ci troviamo di fronte a una realtà spaventosa che deve essere denunciata: la gioia di assassini, torturatori e distruttori di vite palestinesi a sangue freddo viene premiata dalla società israeliana. I loro video, nel complesso, ricevono una reazione positiva all’interno della loro stessa società. Anche i principali media israeliani sono saturi di celebrazioni del genocidio e di appelli a intensificarlo ulteriormente. Perché sta succedendo questo e cosa ci dice sulla società israeliana?

Per decenni, la propaganda israeliana ha promosso l’idea che gli israeliani considerino l’uccisione, la tortura e lo sfollamento dei palestinesi come tragici ma necessari. Questo sentimento è stato esemplificato dalla famosa citazione attribuita alla Primo Ministro israeliana Golda Meir: “Possiamo perdonare gli arabi per aver ucciso i nostri figli. Ma non potremo mai perdonarli per averci costretto a uccidere i loro figli”. Da allora, una versione o l’altra di questo modo di pensare è diventata uno strumento di propaganda israeliana così dominante da aver dato origine a un’espressione per descriverla: “sparare e piangere”.

Dalla seconda Intifada, e soprattutto dopo l’inizio del barbaro assedio di Gaza nel 2007, l’espressione “sparare e piangere” ha cominciato a scomparire gradualmente dal dibattito pubblico israeliano. Il discorso pubblico israeliano, che ha sempre marginalizzato e minimizzato il costo della violenza inflitta ai palestinesi, ha progressivamente smesso di sottolineare il trauma psicologico subito dai soldati. Al contrario, si celebrava l’efficienza con cui i soldati erano diventati assassini e assassini di palestinesi.

Prevedendo che l’assedio avrebbe portato a un aumento delle uccisioni di palestinesi, uno dei principali sostenitori accademici, se non l’artefice, dell’assedio di Gaza, il demografo Arnon Soffer, proclamò con nel 2004: “La pressione al confine sarà terribile. Sarà una guerra terribile. Quindi, se vogliamo rimanere vivi, dovremo uccidere, uccidere e uccidere. Tutto il giorno, tutti i giorni”. Sebbene Soffer avesse notato all’epoca che “L’unica cosa che mi preoccupa è come garantire che i ragazzi e gli uomini che dovranno uccidere possano tornare a casa dalle loro famiglie e restare esseri umani normali”, il dado era tratto. La società israeliana si sarebbe preoccupata sempre meno del prezzo della violenza che pagava, e avrebbe dato sempre più importanza all’uccisione dei palestinesi. Le uccisioni e il conteggio dei cadaveri sarebbero diventati così importanti per la società israeliana che tali notizie sarebbero state accolte come motivo di gioia. Oggi, la finzione di piangere mentre si spara è completamente scomparsa, sostituita dalla realtà di israeliani che esultano mentre sparano.

Questa violenza gioiosa non è il risultato di ragioni peculiari della nazionalità o dell’identità israeliana in sé, e certamente non dell’identità, della cultura o della religione ebraica, ma è piuttosto la prevedibile conseguenza di uno stato e di una società profondamente intrisi di violenza coloniale e di una visione del mondo razzista. Il colonialismo di insediamento è un sistema e una struttura di violenza che fa emergere il peggio nelle persone e le spinge a estremizzare le proprie opinioni e le proprie azioni. Perché?

Affinché il colonialismo di insediamento funzioni, due caratteristiche devono diventare dominanti nello stato e nella società colonizzatrice. La prima è la totale disumanizzazione degli abitanti indigeni della terra che il progetto coloniale di insediamento cerca di eliminare dall’esistenza fisicamente, politicamente e culturalmente. Questo tipo di disumanizzazione elimina ogni inibizione morale dal commettere qualsiasi tipo di violenza contro i colonizzati. Allo stesso tempo, fornisce al colono un senso di assoluta superiorità a tal punto da produrre l’effetto opposto alla disumanizzazione: porta alla sua sovraumanizzazione. Proprio come il palestinese disumanizzato diventa un mero oggetto indesiderato, come un rifiuto di cui ci si può sbarazzare senza alcuna inibizione morale, l’israeliano sovraumanizzato diventa quasi un essere divino, non soggetto a leggi umane, divieti morali e persino alla più elementare decenza umana.

La seconda caratteristica correlata è che, con ogni atto di violenza coloniale dei coloni e il suo presunto successo nell’assicurare loro più terre senza gravi conseguenze negative, i coloni tendono ad associare la violenza a delle ricompense. La violenza non è più vista come un male necessario o una tragica necessità, ma piuttosto come un mezzo per ottenere ricompense, riconoscimento, sostegno e rinforzo positivo. Questo è ciò che genera la gioia nel commettere atti di violenza. Quando si commette violenza, essa viene vista come qualcosa che arricchisce e premia la società israeliana nel suo complesso, e quindi suscita una reazione di giubilo.

Una società che celebra con tanta gioia l’uso di alcune delle forme di violenza più atroci conosciute dall’umanità non possiede la capacità di riformarsi dall’interno. È una società incapace di guarire sé stessa e di diventare un membro normale della regione. L’unica soluzione è privarla dei vantaggi derivanti dalla sua violenza. Oggi, Israele continua a raccogliere i frutti della sua conquista coloniale della Palestina, così come di parti della Siria e del Libano. Questi frutti si concretizzano in un aumento delle vendite di armi, in crescenti relazioni economiche con regioni potenti come l’Unione Europea e in un continuo sostegno politico a Israele da parte delle principali istituzioni politiche, sociali e culturali occidentali.

Questa situazione deve cambiare. Lungi dall’essere premiato, Israele deve essere severamente punito per la sua violenza coloniale, e ciò significa, come minimo, il completo e totale isolamento economico dello Stato israeliano. Solo quando gli israeliani saranno materialmente isolati dal resto del mondo saranno costretti a intraprendere una nuova strada, in cui accetteranno la norma morale secondo cui la violenza genocida non deve essere celebrata e accolta con gioia, ma deve essere considerata un tabù. Se il mondo non interviene per costringere lo Stato e la società israeliana a conformarsi a questo principio morale fondamentale, allora tutta la vergogna che giustamente ricade sulla società israeliana dovrebbe ricadere anche sulle nazioni del mondo che permettono a Israele di perpetrare la sua violenza compiacente.

Muhannad Ayyash Professore di Sociologia presso la Mount Royal University di Calgary, in Canada. E’ autore di Lordship and Liberation in Palestine-Israel (CUP, 2025) e A Hermeneutics of Violence (UTP, 2019), nonché analista politico presso Al-Shabaka, la rete di relazioni politiche palestinesi. Nato e cresciuto a Silwan, Gerusalemme, si è trasferito in Canada, dove è professore di sociologia alla Mount Royal University.

Traduzione a cura di Grazia Parolari 
“Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali”
Gli altri articoli del BLOG: Invictapalestina.org
Eventi a noi segnalati: Eventi

Disclaimer: non sempre Invictapalestina condivide le opinioni espresse negli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire e approfondire gli argomenti da noi proposti. I contenuti offerti dal BLOG sono redatti/tradotti gratuitamente con la massima cura/diligenza, Invictapalestina tuttavia, declina ogni responsabilità, diretta e indiretta, nei confronti degli utenti e in generale di qualsiasi terzo, per eventuali imprecisioni, errori, omissioni.