La Dottrina israeliana della “sicurezza permanente” trasforma la guerra nella condizione stessa dello Stato.

Concepita per vittorie rapide, Tel Aviv ora scommette il suo futuro su una mobilitazione senza fine, zone cuscinetto sempre più ampie e l’impossibile promessa di una sicurezza assoluta.

Fonte: English version

Di Stasa Salacanin – 25 maggio 2026

La dottrina israeliana della “sicurezza permanente”, in continua evoluzione, si fonda su un profondo paradosso strategico. Quanto più lo Stato persegue la sicurezza assoluta attraverso il Dominio militare, tanto più rischia di consolidare proprio quell’instabilità che cerca di eliminare.

Quella che era nata come una dottrina di deterrenza e vittoria rapida si è gradualmente trasformata in un modello di mobilitazione perpetua, guerra preventiva e conflitto a tempo indeterminato, esponendo Tel Aviv a crescenti sfide politiche, economiche, legali e strategiche.

Da quasi tre anni, Israele è impegnato in un conflitto su più fronti che si estende tra Gaza, Libano, Siria, Iraq, Yemen, Iran e la Cisgiordania Occupata. Quella che inizialmente appariva come una serie di campagne militari interconnesse si è progressivamente evoluta in una condizione di guerra a tempo indeterminato, che non è riuscita a garantire la sicurezza assoluta promessa dai dirigenti israeliani.

Sebbene Israele sia spesso percepito come un Paese che ha operato secondo un’unica dottrina di sicurezza, il suo pensiero militare si è evoluto attraverso diverse fasi sovrapposte. Accanto alla dottrina tradizionale per contrastare le minacce esistenziali allo Stato, Israele ha gradualmente ampliato il suo quadro strategico per affrontare la guerra irregolare e gli attacchi perpetrati da attori non statali.

La dottrina di sicurezza fondamentale di Israele, elaborata dal suo Primo Ministro fondatore David Ben Gurion negli anni ’50, si basava su tre pilastri: deterrenza, allerta precoce e vittoria decisiva.

L’ex Ministro della Difesa e comandante militare Moshe Dayan ha successivamente ampliato questo pensiero in una dottrina più ampia, nota come “Dottrina Dayan”, incentrata su una rappresaglia schiacciante volta a imporre costi insostenibili agli attori ostili e alle popolazioni circostanti.

Nel corso del tempo, questo approccio si è evoluto nella famigerata “Dottrina Dahiye”, associata all’uso di una forza sproporzionata e alla distruzione su larga scala di infrastrutture civili in aree legate a gruppi armati ostili.

Associata inizialmente alla guerra di Israele contro il Libano del 2006 e successivamente applicata ripetutamente a Gaza, la Dottrina ha suscitato ampie critiche da parte di organizzazioni per i diritti umani ed esperti di Diritto Internazionale, i quali sostengono che violi i principi fondamentali del Diritto Internazionale Umanitario.

Quando la deterrenza crolla

Molti analisti militari israeliani ritengono che l’Operazione Onda di Al-Aqsa del 7 ottobre 2023 abbia messo in luce il crollo di tutti e tre i pilastri della tradizionale dottrina di sicurezza dello Stato. Il fallimento ha innescato una profonda rivalutazione all’interno dell’apparato di sicurezza israeliano e ha accelerato la ricerca di un nuovo modello militare.

Per decenni, la strategia israeliana si è basata su guerre brevi e decisive, concepite per concludersi prima che una mobilitazione prolungata esaurisse il Paese a livello sociale, economico o militare. Tuttavia, gli strateghi israeliani si sono resi conto sempre più che questo modello era insufficiente contro attori non statali come Hezbollah, le cui strutture decentralizzate e la resilienza politica consentono loro di sopravvivere a lunghe guerre di logoramento.

All’inizio di quest’anno, il Capo di Stato Maggiore israeliano Eyal Zamir ha annunciato l’adozione di una nuova strategia militare multiassiale incentrata sulla “Prontezza Permanente”. Presentata durante la Conferenza dei Leader sul Fronte Interno a gennaio, la Dottrina sposta Israele dalla deterrenza tradizionale verso una postura molto più aggressiva e preventiva.

La strategia abbandona il precedente approccio di “gestione del conflitto” a favore di un’azione immediata per neutralizzare le minacce prima che si trasformino in pericoli strategici. Stabilisce inoltre perimetri di sicurezza ampliati, progettati per separare fisicamente Israele dai suoi avversari, tra cui Hamas, Hezbollah e Iran.

Il quadro concettuale si allinea strettamente al concetto di “sicurezza permanente”, talvolta definito dai critici come modello Super Sparta, una visione già invocata dal Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu per descrivere la traiettoria futura di Israele.

Secondo il sociologo israeliano Yagil Levy, il concetto trae ispirazione dallo storico Dirk Moses e riflette “l’aspirazione di uno Stato a raggiungere un’immunità assoluta e permanente da tutte le minacce”, comprese quelle ipotetiche future, attraverso l’uso eccessivo della forza, il controllo territoriale e, se necessario, lo spostamento della popolazione.

Dottrina sotto accusa

Eppure la nuova Dottrina ha suscitato feroci critiche sia all’interno che all’esterno di Israele.

Eran Etzion, vice capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale israeliano presso l’Ufficio del Primo Ministro, scrivendo per l’Istituto Italiano di Studi Politici Internazionali, ha sostenuto che la Dottrina della “difesa avanzata” rappresenta “poco più di un impulso quasi automatico, strategicamente miope e in definitiva insostenibile”.

Secondo Etzion, la Dottrina ignora in gran parte la geopolitica, il contesto storico, il Diritto Internazionale, la legittimità e le considerazioni non militari. Levy, dal canto suo, descrive la Dottrina come il riflesso di una “coscienza paranoica” che genera minacce autoavveranti, non lasciando spazio a compromessi deterrenti o a soluzioni politiche.

Questo, secondo Levy, “apre la porta” allo “Sterminio, allo spostamento forzato o all’imposizione di un controllo assoluto su gruppi classificati come una minaccia esistenziale per lo Stato”.

In questo senso, si potrebbe sostenere che la Dottrina Dayan non sia stata abbandonata, ma adattata per conformarsi a un sistema più ampio di guerra permanente.

Limiti di profondità strategica

Il dilemma strategico di Israele è aggravato dalla geografia e dalla demografia. Privo di una significativa profondità strategica e con riserve di uomini limitate, Israele rimane strutturalmente vulnerabile a guerre di logoramento prolungate.

Secondo Giuseppe Dentice, analista senior dell’Osservatorio del Mediterraneo dell’Istituto di Studi Politici “San Pio V”, le guerre prolungate sono strutturalmente più costose per Israele che per molti dei suoi avversari.

Ma sebbene l’esercito israeliano rimanga altamente capace dal punto di vista tecnologico e operativo, Israele, a differenza degli Stati più grandi, non può assorbire facilmente interruzioni prolungate della vita civile, della mobilitazione delle riserve, della produttività economica e della stabilità sociale senza accumulare tensioni interne. Una mobilitazione prolungata incide gradualmente sulla produttività, sulla coesione sociale e sulla stabilità politica.

Il peso finanziario è già diventato insostenibile. Le ripetute mobilitazioni, le interruzioni della produzione e dei servizi e la mancanza di investimenti continuano a deprimere la performance economica.

La Banca d’Israele ha stimato il costo economico totale della guerra di Gaza in circa 352 miliardi di shekel (105 miliardi di euro).

Tuttavia, Dentice sostiene che la società israeliana ha storicamente dimostrato una notevole capacità di resilienza durante periodi percepiti come crisi esistenziali, supportata da una cultura della sicurezza profondamente radicata e da una forte solidarietà sociale in tempo di guerra.

“Eppure la resilienza non è illimitata e, sebbene le società possano tollerare temporaneamente le condizioni di emergenza, faticano molto di più quando l’insicurezza permanente diventa la norma”, ha dichiarato.

Ma il pericolo, avverte, non è il collasso immediato, bensì l’esaurimento graduale: l’erosione della fiducia nelle istituzioni, l’indebolimento della coesione sociale, la crescente polarizzazione politica e il calo di fiducia nella sostenibilità della mobilitazione permanente.

Uno Stato concepito per le emergenze

Sotto il governo di Netanyahu, Israele è impegnato in un confronto simultaneo su sette fronti: Iran, Libano, Siria, Iraq, Yemen, Gaza e la Cisgiordania Occupata. I dirigenti israeliani riconoscono sempre più spesso che la Regione è entrata in un’era di conflitto prolungato e di “guerra perpetua”.

Eppure, questa contraddizione tra uno Stato progettato per emergenze temporanee e una strategia che normalizza sempre più il conflitto permanente potrebbe rappresentare il dilemma strategico centrale che Israele si trova ad affrontare oggi.

Nathan Brown, professore di scienze politiche e affari internazionali all’Università George Washington, sostiene che Israele ha cercato di risolvere questa contraddizione attraverso lo sfollamento forzato della popolazione, zone cuscinetto a più livelli, la distruzione delle infrastrutture civili e la frammentazione dei territori ostili. In pratica, ciò significa che quando gli avversari non possono essere eliminati del tutto, gli spazi che li sostengono vengono annientati.

Ma più Israele cerca la sicurezza attraverso una forza schiacciante e operazioni militari estese, più rischia di riprodurre lo stesso ciclo che ha contribuito alla nascita di Hezbollah dopo il 1982 e ha rafforzato Hamas nel corso di decenni di Occupazione e blocco.

Brown dichiara che: “Nel breve termine, ciò ha prodotto successi tattici. Ma ha richiesto un elevato livello di mobilitazione, ha portato a un crescente isolamento internazionale e ha mostrato scarse prove di successo strategico a lungo termine”.

Anche Dentice sostiene che la sfida sia tanto strutturale quanto militare. Uno Stato costruito attorno alla mobilitazione d’emergenza e alla vittoria rapida potrebbe trovarsi in seria difficoltà una volta che le condizioni di emergenza diventino permanenti. La continua militarizzazione rischia di indebolire le istituzioni democratiche, minare la sostenibilità economica e generare una stanchezza sociale a lungo termine.

Allo stesso tempo, le vittorie militari non accompagnate da soluzioni politiche potrebbero inavvertitamente riprodurre gli stessi movimenti di Resistenza che mirano a eliminare.

Superiorità tattica, esaurimento strategico

Sebbene Netanyahu dichiari regolarmente vittoria dopo ogni cessate il fuoco e insista sul fatto che Israele sia emerso “più forte che mai”, molti osservatori rimangono profondamente scettici.

Paul Rogers, professore emerito all’Università di Bradford, dichiara che Israele è intrappolato in quella che definisce una condizione di “inespugnabilità nella propria insicurezza”: militarmente dominante, ma strategicamente meno sicuro di quanto non fosse qualche anno fa.

Nel frattempo, attori non statali come Hezbollah, Hamas, le forze armate yemenite allineate ad Ansarallah e l’Iran sembrano sempre più adattati alla logica della guerra asimmetrica di lunga durata.

A differenza degli eserciti convenzionali, progettati per ottenere il controllo territoriale e risultati decisivi sul campo di battaglia, questi attori privilegiano la Resistenza, il decentramento, la flessibilità e l’usura. Il loro obiettivo non è necessariamente la vittoria militare assoluta, ma la sopravvivenza e la graduale erosione della volontà politica dell’avversario.

Dentice sostiene che, sebbene Israele rimanga nettamente superiore dal punto di vista tecnologico, economico e convenzionale, nelle guerre di logoramento il fattore decisivo non è spesso la forza assoluta, ma la capacità di assorbire costi sostenuti mantenendo la coesione sociale e la continuità operativa.

In tal senso, Dentice ritiene che gli attori non statali possano possedere vantaggi strutturali nei conflitti prolungati proprio perché sono meno vincolati dalle pressioni economiche, politiche e sociali che uno Stato deve gestire costantemente.

La questione centrale, quindi, non è più se Israele possa vincere le guerre militarmente, bensì se uno Stato concepito per vittorie rapide possa sostenere indefinitamente una Dottrina di Guerra Permanente senza esaurire, alla fine, le fondamenta della propria sicurezza.

Staša Salacanin è un autore e analista di fama internazionale, specializzato in Medio Oriente ed Europa, che ha fornito analisi approfondite sulle questioni più rilevanti della Regione a diversi centri di ricerca e organi di stampa, tra cui Al Jazeera Center for Studies, Middle East Monitor, The New Arab, Gulf News, Qatar Today, Qantara, Inside Arabia e altri. Staša si concentra principalmente sugli affari del Golfo Persico, sulle relazioni commerciali e politiche, sul settore petrolifero e del gas, sul terrorismo e sull’industria della difesa. Si è laureato presso la Facoltà di Scienze Sociali (Relazioni Internazionali) dell’Università di Lubiana, dove ha ricevuto il prestigioso premio Klinar, e ha lavorato a numerosi progetti umanitari nei Balcani del dopoguerra, con ricerche pubblicate su riviste specializzate slovene.

Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto 
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