Gaza è stata la prima guerra dell’Intelligenza Artificiale del ventunesimo secolo e, se il trumpismo globale avrà successo, diventerà un banco di prova per la sua visione di dominare il futuro: la Pax Silica, ovvero la fusione del Conglomerato militare-sorveglianza ad alta tecnologia con la finanza transnazionale.
Fonte: English version
Di William I. Robinson e M. Gürsan Şenalp – 24 maggio 2026
La guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha per il momento distolto l’attenzione internazionale da Gaza, mentre Israele passa da un Genocidio ad alta intensità a uno a bassa intensità. Il Genocidio potrebbe essere l’orribile culmine di oltre 75 anni di Colonialismo di Insediamento Sionista, Occupazione e Apartheid, ma per comprenderlo dobbiamo analizzare le radicali trasformazioni che hanno avuto luogo nell’economia politica mediorientale e globale negli ultimi decenni.
L’impulso al Genocidio è sempre stato insito nel Progetto Sionista. Ma tale impulso è stato attivato dalla crisi epocale del capitalismo globale. L’attacco alla Moschea di Al-Aqsa dell’ottobre 2023 ha offerto a Israele l’opportunità storica che attendeva da decenni. Se i Sionisti sono ancora alla ricerca della loro sfuggente Eretz Israel (Terra di Israele), gli Stati Uniti stanno portando avanti un progetto ben più ambizioso, che pone Gaza al centro del capitalismo globale e della sua crisi epocale. Nel piano strategico dell’asse Washington-Tel Aviv, Gaza è destinata a diventare un campo di esperimento per una nuova e più letale fase del capitalismo globale. È questo quadro più ampio che vogliamo delineare in questo articolo.
La crisi contemporanea del capitalismo globale è multidimensionale. Strutturalmente, si tratta di una crisi di sovraaccumulazione, ovvero una situazione in cui si accumulano enormi quantità di capitale (profitti) che però non riescono a trovare sbocchi produttivi per il reinvestimento. Questa crisi di sovraaccumulazione genera un’intensa pressione espansiva, poiché i capitalisti transnazionali intraprendono una ricerca predatoria di luoghi in cui scaricare enormi quantità di capitale in eccesso e aprire nuovi spazi per la realizzazione di profitti. Questa espansione violenta comporta la conquista di mercati e risorse in tutto il mondo attraverso guerre, spostamenti forzati e repressione. Lo Stato Americano e, al di là di esso, quello che definiremo “Trumpismo Globale”, ne è lo strumento fuori controllo in quest’ondata espansionistica. Al centro del Trumpismo Globale si trova l’asse Washington-Tel Aviv.
Il contesto più ampio del Genocidio israeliano è rappresentato dall’integrazione transnazionale del capitale avvenuta negli ultimi cinquant’anni e dalla radicale ristrutturazione dei rapporti di classe globali e dei blocchi di potere che la globalizzazione capitalista ha determinato. La globalizzazione nella Regione dell’Asia Occidentale è iniziata negli anni ’80 e ha subito un’accelerazione con l’invasione e l’occupazione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti nel 2003, seguita all’istituzione nel 1997 dell’Area di Libero Scambio del Medio Oriente (MEFTA) e a una serie di accordi di libero scambio bilaterali e multilaterali, regionali ed extraregionali, programmi di aggiustamento strutturale e politiche di austerità supervisionate dal Fondo Monetario Internazionale (FMI). Questa integrazione ha scatenato una cascata di investimenti transnazionali, sia aziendali che finanziari, nei settori della finanza, dell’energia, dell’alta tecnologia, dell’edilizia, delle infrastrutture, dei beni di lusso, del turismo e di altri servizi. Ha riunito i capitali del Golfo, compresi trilioni di dollari in fondi sovrani, con capitali provenienti da tutto il mondo, coinvolgendo l’Unione Europea, il Nord e il Sud America e l’Asia, intrecciandoli inestricabilmente nei nascenti circuiti globali di accumulazione. In questo modo, le borghesie arabe a orientamento nazionale si sono trasformate in borghesie a orientamento transnazionale, man mano che l’intera Regione è stata integrata nel sistema globale di produzione, finanza e servizi che si è affermato nell’ultimo mezzo secolo.
Israele, lungi dal rimanere escluso, si è integrato in queste reti capitalistiche regionali e transnazionali in espansione sulla scia degli Accordi di “Pace” di Oslo, firmati nel 1993, quando le borghesie israeliana e araba iniziarono a sviluppare interessi di classe comuni. Nel 2020 gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein, insieme a Marocco e Sudan, hanno firmato gli Accordi di Abramo, unendosi a Egitto e Giordania nella normalizzazione delle relazioni con Israele, un’apertura che ha permesso ai gruppi di investimento del Golfo di riversare miliardi di dollari nell’economia israeliana. L’attacco alla Moschea di Al-Aqsa dell’ottobre 2023 e il successivo assedio israeliano hanno bloccato un’ulteriore normalizzazione. La nuova strategia israelo-americana incentrata sul “Consiglio per la Pace” (d’ora in poi, Consiglio per il Genocidio) mira a riportare gli Stati arabi e altri Stati della Regione nell’architettura di Abramo.

I Palestinesi diventano un’eccedenza umana
Fino all’avvento della globalizzazione alla fine del ventesimo secolo, il rapporto tra Israele e i palestinesi rifletteva il Colonialismo classico, in cui la potenza coloniale aveva usurpato la terra e le risorse dei colonizzati e poi ne aveva sfruttato il lavoro. L’integrazione del Medio Oriente nell’economia globale ha contribuito a innescare la diffusione di movimenti di massa operai e sociali e pressioni di democratizzazione dal basso, che si sono riflesse nelle Intifada palestinesi, nel movimento operaio in tutto il Nord Africa, nella crescente instabilità sociale e nelle rivolte della Primavera araba del 2011.
Le Intifada palestinesi hanno aggravato la storica tensione che Israele si trovava ad affrontare tra la spinta alla Pulizia Etnica dello Stato Ebraico e la necessità di manodopera a basso costo e di etnia definita. Ma la globalizzazione, iniziata negli anni ’90, ha offerto a Israele una via d’uscita da questa tensione tra espropriazione/supersfruttamento ed espropriazione/espulsione, privilegiando quest’ultima. La globalizzazione capitalista ha comportato continue ondate di spostamenti nel Sud del mondo, generando un vasto esercito di migranti interni e transnazionali, dando origine a un nuovo sistema di mobilità e reclutamento del lavoro transnazionale e consentendo ai gruppi dominanti di tutto il mondo di riorganizzare i mercati del lavoro nel tentativo di indebolire la forza lavoro e massimizzare l’estrazione del plusvalore.
Sebbene questo sistema di lavoro migrante temporaneo sia un fenomeno mondiale, è diventato un’opzione particolarmente attraente per Israele perché elimina la necessità di manodopera palestinese, politicamente problematica. Entro il 2010, centinaia di migliaia di lavoratori migranti, secondo alcune stime fino a 600.000, provenienti da Thailandia, Cina, Nepal, Sri Lanka, India, Europa orientale, Filippine, Kenya e altri Paesi, sono arrivati a costituire la forza lavoro predominante nell’agroindustria israeliana e, in misura crescente, in altri settori dell’economia, nelle stesse precarie condizioni di supersfruttamento e discriminazione che i lavoratori migranti affrontano in tutto il mondo.
In seguito all’attacco di Hamas del 2023, Israele ha rimpatriato a Gaza i restanti 10.000 lavoratori palestinesi di Gaza. All’inizio del 2024, persino nel pieno della guerra, migliaia di lavoratori indiani e di altre nazionalità straniere affluivano in Israele per sostituirli. Il proletariato palestinese è così diventato una popolazione in eccesso sempre più emarginata. Nel 1993, proprio l’anno in cui furono firmati gli Accordi di Oslo, Israele impose la sua politica di “chiusura”, isolando i palestinesi nei Territori Occupati, attuando una Pulizia Etnica e intensificando drasticamente il Colonialismo di Insediamento.
Il proletariato palestinese, passato da manodopera a basso costo a un’eccedenza umana, si trovò a dover affrontare non solo la confisca delle proprie terre e delle risorse del sottosuolo, ma anche una nuova ondata di espansione capitalistica globale in tutto il Medio Oriente. In questo modo, iniziarono ad aumentare le pressioni genocidarie. Il Genocidio divenne un’opzione sempre più allettante per lo Stato Sionista e anche per i settori più violenti e predatori della classe capitalista transnazionale, per i quali l’assedio di Gaza e della Cisgiordania rappresenta una forma di accumulazione primitiva.
Pax silica e il Consiglio per il Genocidio

Il significato più ampio del “Consiglio per il Genocidio” emerge ora con chiarezza, mettendo in luce il complesso egemonico emergente del capitale transnazionale che si trova al centro dell’attuale vortice globale. Questo blocco triangolare riunisce le grandi aziende tecnologiche, il capitale finanziario transnazionale e il Conglomerato Militare-Industriale-Repressivo. Le aziende dell’alta tecnologia controllano l’intero ecosistema del capitalismo digitalizzato, convertendo il loro enorme potere strutturale in controllo politico diretto attraverso lo Stato autocratico. Per portare avanti la propria agenda, il blocco si è rivolto al “Trumpismo globale”, uno dei diversi sintomi politici morbosi che emergono con il crollo dell’ordine internazionale post-bellico.
Le nuove tecnologie digitali e i miliardari che le controllano stanno guidando una nuova e radicale fase di ristrutturazione e trasformazione dell’economia politica globale. Le principali aziende tecnologiche, la maggior parte delle quali con sede negli Stati Uniti e in Cina, attraggono investitori da tutto il mondo, assorbendo immense quantità di capitale in eccesso. Nel 2025, le 20 maggiori aziende tecnologiche al mondo avevano una capitalizzazione di mercato complessiva superiore a 20 trilioni di dollari (17.185,6 miliardi di euro), circa un quinto della capitalizzazione totale del mercato azionario globale.
Le grandi aziende tecnologiche e i capitali industriali e commerciali transnazionali che esse riuniscono sono a loro volta strettamente legati ai giganteschi conglomerati finanziari globali che possiedono più della metà delle principali aziende tecnologiche. Nel 2022, a livello mondiale, esistevano 33 società di gestione patrimoniale con un patrimonio gestito di trilioni o più di trilioni di dollari, rispetto alle sole 17 del 2017. Questi colossi del capitale controllavano complessivamente oltre 83 trilioni di dollari (71.312,7 miliardi di euro) di patrimonio, più dei quattro quinti del valore dell’intero PIL mondiale in quell’anno. La Silicon Valley e i suoi finanziatori si stanno orientando verso le tecnologie digitali per scopi bellici e repressivi, fondendosi con il Conglomerato Militare-Industriale Repressivo e completando così l’asse del potere capitalistico, che a sua volta si sta allineando con stati autoritari, dittatoriali e fascisti, un allineamento dichiarato in modo agghiacciante nel manifesto in 22 punti di Palantir, pubblicato su X ad aprile.
Questo nuovo complesso capitalistico è profondamente investito in sistemi transnazionali di guerra, controllo sociale, repressione e sorveglianza che si stanno digitalizzando, automatizzando e integrando nell’economia e nella società globali. Questi sistemi forniscono un importante sbocco per lo smaltimento del capitale in eccesso accumulato, aprendo al contempo l’accesso a mercati e risorse. Il blocco capitalistico è fortemente investito in Israele, nella sua industria tecnologica, nella sua macchina bellica e nel suo Genocidio. Il rapporto del luglio 2025 della Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui Diritti Umani nei Territori Palestinesi Occupati, Francesca Albanese, “Dall’economia dell’Occupazione all’economia del Genocidio”, ha citato 1.650 società transnazionali che collaborano con la Macchina Bellica e di Occupazione israeliana. L’elenco delle 60 aziende individuate nel rapporto sembra un vero e proprio “chi è chi” del blocco egemonico del capitale.
Qui risiede il ruolo chiave che Israele svolge nel nuovo asse del potere del capitale. Israele è il terzo polo tecnologico al mondo. La sua globalizzazione si è basata su un Conglomerato Tecnologico-Militare-di Sicurezza-di Sorveglianza, a sua volta integrato nelle reti del capitale finanziario transnazionale. Come la più ampia economia globale di cui fa parte, si nutre di violenza, conflitti e disuguaglianze permanenti a livello locale, regionale e globale. Infiniti cicli di distruzione seguiti da ricostruzione alimentano la redditività non solo dell’industria bellica, ma anche di aziende di ingegneria, costruzioni e forniture correlate, alta tecnologia, energia e numerosi altri settori.
Il Genocidio israeliano, a cui seguirà ora la Commissione per il Genocidio, rappresenta un macabro laboratorio per la nuova modalità di accumulazione del capitale transnazionale. Il Dipartimento di Stato americano ha definito il nuovo ordine globale guidato dal blocco egemonico del capitale “Pax Silica”. Il Medio Oriente è emerso come corridoio regionale per la Pax Silica, fondata su un’alleanza tra Israele e gli Stati del Golfo, che avrebbe dovuto essere consolidata attraverso il Consiglio per il Genocidio inaugurato da Trump al Forum Economico Mondiale del gennaio 2026.
Israele è una potenza sia nel campo delle tecnologie digitali che in quello militare, avendole combinate entrambe nella sua repressione dei palestinesi. Il Piano di “Pace” in 20 punti per Gaza, presentato nell’ottobre del 2025, prevedeva la “riqualificazione” della Striscia, inclusa una “gestione moderna ed efficiente favorevole agli investimenti” e l’istituzione di una “zona economica speciale”, una formula standard per aprire la Striscia al saccheggio e al controllo del capitalismo transnazionale. Questa prevista nuova ondata di investimenti, non solo a Gaza ma in tutto il Medio Oriente, si basava innanzitutto sulla “risoluzione” del conflitto di Gaza attraverso il cessate il fuoco e poi sull’espansione degli Accordi di Abramo che, secondo le parole del vicepresidente statunitense J.D. Vance, avrebbero spianato la strada “ad alleanze più ampie per Israele in Medio Oriente, pur relegando in secondo piano la Questione Palestinese”.
Mentre Israele passa da un Genocidio ad alta intensità a uno a bassa intensità a Gaza, il Consiglio dovrebbe aprire la Striscia al suo gas e petrolio, al suo patrimonio immobiliare sul lungomare e al suo potenziale turistico. Ma la sua missione principale è trasformare Gaza in un centro nevralgico per l’asse di potere pubblico-privato, attorno al quale la tecnologia e la finanza avranno mano libera per sviluppare un feudo aziendale sovrano. Radere al suolo la Striscia si è rivelato estremamente redditizio. Due anni di distruzione saranno ora seguiti dalla manna dal cielo: la “ricostruzione” guidata dal Conglomerato Capitalistico Egemonico.
La vera portata del Piano Capitalista Globale per Gaza è stata rivelata non nel Il Piano in 20 punti, ma contenuto nel documento GREAT (Ricostruzione, Accelerazione Economica e Trasformazione di Gaza), una proposta del governo statunitense trapelata alla stampa prima dell’accordo di cessate il fuoco, delinea la macabra visione di un polo tecnologico della Pax Silica.
Il Piano GREAT prevedeva la partenza “volontaria” dei palestinesi verso un altro Paese, una serie di megalopoli ad alta tecnologia alimentate dall’Intelligenza Artificiale e una sorta di autorità palestinese residua e non specificata che avrebbe aderito agli Accordi di Abramo. I palestinesi autorizzati a rimanere avrebbero lavorato come dipendenti pubblici, operai e lavoratori manuali strettamente controllati attraverso la sorveglianza biometrica israeliana, i posti di blocco, il monitoraggio degli acquisti e i programmi educativi Sionisti che promuovevano la normalizzazione dei rapporti con Israele, ufficializzando così l’Occupazione israeliana e la sua amministrazione del Campo di Concentramento. Nella visione del GREAT, la Striscia doveva essere trasformata nel punto di partenza e nella porta d’accesso a quella che veniva definita una “Nuova Architettura Abramo”.
Gaza è stata la prima guerra dell’Intelligenza Artificiale del ventunesimo secolo, un Genocidio algoritmico. Se il trumpismo globale ottiene il suo In questo modo, Gaza diventerà il banco di prova per le classi dirigenti, che dovranno governare attraverso un autoritarismo tecnocratico, il sangue e il capitale. Dei 60 Paesi che Trump ha invitato al conclave di Davos del gennaio 2026, circa 25 hanno inizialmente aderito al Consiglio, tra cui Indonesia, Arabia Saudita, Egitto, Giordania, Turchia, Pakistan, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Né la Russia né la Cina hanno posto il veto alla Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per approvare l’istituzione del Consiglio. L’inclusione di Israele e Netanyahu nel Consiglio non potrebbe essere una dimostrazione più cinica di questa farsa.
In questo momento, il fragile cessate il fuoco tra Washington e Teheran rimane precario, senza progressi nei negoziati. Nel frattempo, solo nel 2025, con il pretesto della “sicurezza”, Israele ha attaccato sei Paesi, tra cui Palestina, Iran, Libano, Qatar, Siria e Yemen. Ha anche lanciato attacchi contro flottiglie di aiuti umanitari dirette a Gaza nelle acque territoriali di Tunisia, Malta e Grecia. Mentre entra nel terzo mese della sua guerra contro l’Iran, condotta insieme agli Stati Uniti, sta trasformando il Libano meridionale in una seconda Gaza.
Inoltre, non c’è stata alcuna tregua dal Genocidio a bassa intensità: al contrario, Israele minaccia di riprendere gli attacchi ad alta intensità. Gli attacchi a Gaza sono infatti aumentati del 35% dal cessate il fuoco con l’Iran. È impossibile prevedere l’esito dell’attuale conflitto regionale, ma senza dubbio l’intero scenario regionale e globale si sta già radicalmente rimodellando, mentre il sistema capitalistico globale continua a sgretolarsi sotto il peso delle sue esplosive contraddizioni. La guerra contro l’Iran e l’attacco israeliano al Libano estendono gli obiettivi politici e le dinamiche del Genocidio di Gaza all’intera Regione. Nel frattempo, i palestinesi continueranno a resistere, come hanno fatto per oltre un secolo.
William I. Robinson è Professore Emerito di Sociologia, Studi Globali e Studi Latinoamericani presso l’Università della California di Santa Barbara. È co-curatore di We Will Not Be Silenced: The Academic Repression of Israel’s Critics (Non Saremo Messi a Tacere: La Repressione Accademica dei Critici Israeliani – 2018). Il suo libro più recente è Epochal Crisis: The Exhaustion of Global Capitalism (Crisi Epocale: l’Esaurimento del Capitalismo Globale – 2025).
M. Gürsan Şenalp, professore associato di economia presso l’Università Atılım in Turchia, studia e insegna economia politica globale. È membro del comitato editoriale di Praksis, una rivista di scienze sociali di orientamento marxista.
Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto
Tutti gli articoli del BLOG: Invictapalestina.org
Eventi a noi segnalati: Eventi
Disclaimer: non sempre Invictapalestina condivide le opinioni espresse negli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire e approfondire gli argomenti da noi proposti. I contenuti offerti dal BLOG sono redatti/tradotti gratuitamente con la massima cura/diligenza, Invictapalestina tuttavia, declina ogni responsabilità, diretta e indiretta, nei confronti degli utenti e in generale di qualsiasi terzo, per eventuali imprecisioni, errori, omissioni.

