La demonizzazione dei cani di Gaza

I cani di Gaza non terrorizzano nessuno. I cani di Gaza cercano semplicemente acqua, cibo e riparo, esattamente come i loro umani.

Grazia Parolari – Invictapalestina – 26 Maggio 2026

“Branchi di cani randagi da Gaza terrorizzano gli agricoltori israeliani vicino al confine”. Questo è il titolo scelto da un canale di news israeliano, YNet Global, per lanciare la nuova presunta minaccia proveniente dalla Striscia: i cani gazawi.

L’allarme è stato lanciato dal dottor Ofer Kolsky, direttore ad interim del servizio veterinario di Eshkol–Negev occidentale, che ha espresso la sua preoccupazione per le “decine di cani randagi” che ogni giorno attraverserebbero i confini di Gaza e che, a suo dire, costituirebbero una concreta minaccia per il bestiame e per l’agricoltura, oltre a rappresentare potenziali portatori di rabbia.

Citando alcuni episodi avvenuti in allevamenti e kibbutz, Kolsky ha affermato di essere stato chiamato al Kibbutz di Alumim per un attacco ad alcuni vitelli e di avere visto “immagini molto dure provenienti dal kibbutz di Holit, dove un branco di cani ha attaccato un cane del posto. Lo hanno letteralmente fatto a pezzi.

Nel descrivere la pericolosità di questi cani, Kolsky aggiunge poi un elemento molto significativo: i cani provenienti da Gaza sarebbero da temere perché “da cuccioli non sono stati esposti ad un ambiente umano accogliente e non hanno quindi sviluppano una corretta socializzazione, finendo nel riunirsi in branchi, quasi come lupi”.

Auspica quindi l’adozione di misure per impedirne il passaggio, chiedendo anche una maggiore collaborazione dell’IDF. Secondo Kolsky infatti “i soldati prestano meno attenzione ai cani perché più impegnati a fermare i terroristi,” E aggiunge: “La maggior parte dei nostri soldati ha un cuore. Quando vedono dei cani, non li trattano come una minaccia. Siamo cresciuti tutti pensando che il cane sia il migliore amico dell’uomo, e così finiscono per lasciarli entrare.”

Sempre nello stesso articolo, senza apparente contraddizione, viene però riferito che quei soldati dal “grande cuore”, spesso sparano sui cani all’interno della Striscia, o li avvelenano.

Fin qui ciò che YNet racconta, ma il testo — spesso suo malgrado — dice molto di più.

Linguaggio strumentale

Partiamo dal titolo. Come risaputo, l’utilizzo di alcuni termini al posto di altri non è mai neutrale o casuale: è una precisa scelta lessicale utile a veicolare determinati concetti e suscitare specifiche reazioni.

Ecco quindi che YNet non scrive che i cani “attraversano” il confine o si “aggirano” nelle zone agricole israeliane, spinti dalla fame e dalla ricerca di sicurezza. Scrive che “terrorizzano”. Un verbo fortemente connotato, che li associa e li equipara automaticamente alla rappresentazione che da sempre viene data ai Palestinesi: pericolosi, violenti, terroristi.

E’ come se i cani di Gaza diventassero “terroristi” per contagio, per vicinanza geografica e culturale.

Anche l’uso del termine “branco” non è neutrale. Evoca infatti un’entità indistinta, priva di soggettività, che si muove come una massa incontrollabile e selvaggia al cui interno i singoli individui scompaiono, così come scompaiono le loro storie, la fame, la guerra, la devastazione che li ha trasformati in animali randagi costretti a sopravvivere in branco.

Origine dei randagi

I randagi di Gaza infatti non nascono dal nulla.

I randagi di Gaza, o almeno gran parte di loro, erano cani che avevano una famiglia, una casa, degli affetti. Famiglie che sono state cancellate, case che sono state ridotte in macerie, affetti che sono stati spezzati.

Persone che si prendevano cura di loro, tenendoli con sé negli innumerevoli sfollamenti forzati e nelle condizioni di estrema sopravvivenza imposte dagli occupanti. Lo hanno fatto fino a che hanno potuto, fino a che non sono state uccise, dalle bombe o dalla fame o dalle malattie.

Sillogismo coloniale

Di quale “mancanza di un ambiente umano accogliente” blatera quindi il Dott. Kolsky, se non per sottolineare ancora una volta, attraverso un linguaggio falsamente tecnico, l’incapacità dei Palestinesi di produrre un ambiente sociale accogliente e civilizzato, quello di cui, a suo dire, un cucciolo avrebbe bisogno per diventare domestico?

È il sillogismo coloniale nella sua forma più classica: la violenza dell’ambiente genera esseri violenti, e la responsabilità ricade sulla vittima, mai sull’aggressore. Non importa chi sia stato a bombardare le case, a razionare il cibo, a rendere infine impossibile qualsiasi forma di vita. La colpa è di chi è sopravvissuto sotto le bombe.

E Kolsky ignora volutamente un fatto evidente: anche sotto le bombe, i Gazawi continuano a prendersi cura degli animali. Lo fanno realtà come Sulala, ma anche cittadini comuni – donne, uomini, bambini – che condividono con loro il poco che hanno, che li hanno cercati e salvati dalle macerie, che hanno dato loro rifugio in una forma di reciproco aiuto e consolazione.

E proprio le immagini provenienti da Sulala mostrano il contrario della narrazione proposta da YNet: cani estremamente socializzati, capaci di convivere in spazi ristrettissimi, di condividere le scarse risorse e di creare e mantenere relazioni di fiducia e affetto con gli esseri umani, compresi i bambini, nonostante il trauma continuo della guerra.

Tutto questo non restituisce il ritratto di una popolazione incapace di umanità e di accoglienza.

È piuttosto il ritratto di una popolazione che, nell’orrore di un genocidio, ha preservato la capacità di cura, empatia e solidarietà anche verso gli altri animali.

Il “cuore dei soldati”

In un aspetto i cani di Gaza sembrano però essere paradossalmente più fortunati dei loro compagni umani: possono attraversare il confine, e nel momento in cui lo fanno, almeno per un attimo vengono visti per quelli che sono, e non per il luogo da cui provengono. Cani, verso cui provare tenerezza e ai quali, a causa di “un cuore”, i soldati esitano a sparare.

Un’esitazione che però non esiste all’interno di Gaza, dove il cane, trovandosi ancora dalla parte sbagliata del muro, diventa automaticamente un bersaglio.

Ebbene, a un palestinese umano non è concesso neppure questa esitazione: dentro o fuori dal Muro, a Gaza o in Cisgiordania, rimane un non-individuo, una minaccia da cancellare, un problema demografico.

Il confine fisico è solo la versione più visibile di un confine che è prima di tutto mentale, politico, ideologico.

Lucy e la compassione selettiva

Lucy, la cagnolina palestinese brutalmente picchiata da un colono, esplicita chiaramente la portata di tale confine.

Per lei la società israeliana si è indignata, commossa, mobilitata.  Chi non aveva mai speso una parola di condanna per le violenze dei coloni –   villaggi distrutti, persone e animali uccisi, ulivi bruciati- lo ha fatto per condannare la violenza verso Lucy.

Lucy, la cagnolina, dopo essere stata picchiata da un colono israeliano. (Haaretz)

Perché questa compassione scompare quando si parla degli animali palestinesi in generale?

Perché Lucy è stata riconosciuta come individuo — con un nome, una storia, una sofferenza identificabile — mentre i cani di Gaza vengono raccontati solo come “branchi”, masse indistinte e minacciose da contenere o eliminare?

 Perché Lucy non mette realmente in discussione il sistema.

La sua sofferenza può essere attribuita alla crudeltà di un singolo colono, a una deviazione individuale.

 I cani di Gaza, invece, sono il prodotto visibile di una violenza strutturale

Riconoscerli come vittime significherebbe riconoscere che la devastazione di Gaza non colpisce soltanto gli umani, ma travolge ogni essere vivente intrappolato nella Striscia. E significherebbe anche interrogarsi sul consenso sociale e politico che continua a rendere possibile questa devastazione.

I cani di Gaza sopravvivono

I cani di Gaza non terrorizzano nessuno.

I cani di Gaza cercano semplicemente acqua, cibo e riparo, esattamente come i loro umani.

Nessuno ha spiegato loro cosa siano i confini, tantomeno che provengono da un territorio che qualcuno ha deciso di cancellare per poterlo poi occupare e ridisegnare a proprio piacimento.

Presentarli come animali inselvatichiti, come una minaccia da contrastare con barriere ed armi, rivela l’intenzione di non parlare davvero di cani, ma di usarli come simbolo di tutto ciò che la Palestina rappresenta nell’immaginario israeliano.

Rivela un sistema narrativo specchio di una società che, per continuare a legittimarsi, ha continuamente bisogno di trasformare tutto ciò che è Palestinese in una minaccia esistenziale: le persone, le storie, la memoria.  E ora anche i cani.

I cani di Gaza non terrorizzano.

I cani di Gaza sopravvivono.

Come possono.

Come riescono.

I cani di Gaza resistono.

Esattamente come i loro compagni umani.