Seconda parte – BDS: come un controverso movimento non violento ha trasformato il dibattito israelo-palestinese

Kuperwasser, tuttavia, afferma che la minaccia posta dal BDS è molto reale e che ignorarla o trattarla come una seccatura sarebbe un fallimento.

 

Nathan Thrall – 14 agosto 2018

 

Il movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni fu fondato con una dichiarazione di principi, nota come BDS Call, il 9 luglio 2005. Rappresentava una sorta di ultima risorsa. I Palestinesi erano stati schiacciati dalla sconfitta militare della seconda intifada. L’incarnazione vivente del movimento nazionale palestinese, Yasser Arafat, era morto. Il suo sostituto appena installato, Mahmoud Abbas, era identificato più di ogni altro Palestinese con il processo di pace di Oslo. Sebbene la leadership di Abbas sembrasse offrire una tregua dalla violenza, era anche un ritorno alla strategia di diplomazia e cooperazione che aveva fatto ben poco per porre fine all’occupazione. L’unica possibilità per far pressione su Israele e dare ai palestinesi la libertà, doveva venire dal basso e dall’esterno.

La chiamata al BDS è stata fatta in occasione del primo anniversario di un parere consultivo storico della Corte di Giustizia Internazionale. La Corte stabilì che la barriera di separazione di Israele era illegale, che Israele doveva smantellarla “immediatamente” e offrire risarcimenti a coloro che aveva danneggiato, e che ogni firmatario della quarta convenzione di Ginevra – ovvero quasi tutti gli Stati del mondo – avevano l’obbligo di assicurarsi che Israele si conformasse al diritto umanitario internazionale. Ma Israele ignorò la sentenza, E né l’OLP né la comunità internazionale fecero un vero tentativo di far rispettare la decisione della Corte. Ingrid Jaradat, un membro fondatore della campagna BDS, mi ha detto: “Se ci fosse stata un’azione da parte della comunità internazionale per attuare la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia, non ci sarebbe stata una chiamata al BDS”.

Più di 170 organizzazioni palestinesi dei territori occupati, di Israele e della diaspora appoggiarono l’appello del BDS. Abbracciavano tutto lo spettro politico – sinistra e islamisti, sostenitori dei due Stati e di uno. Vi era il Palestinian National and Islamic Forces – l’organo di coordinamento per ogni partito politico significativo – così come i principali sindacati, i gruppi di rifugiati, le associazioni di prigionieri, i centri artistici e culturali e i gruppi di resistenza nonviolenta, tra cui il Trust di Terra Santa di Sami Awad. Ventinove di queste entità ora formano il Comitato Nazionale BDS, o BNC, il consiglio direttivo.

La principale innovazione del BDS non era nella tattica che sosteneva: le campagne di boicottaggio e disinvestimento erano già intense nel 2005, e persino le sanzioni e gli embarghi sulle armi erano stati proposti in precedenza, incluso all’assemblea generale delle Nazioni Unite. La novità del BDS fu la messa in atto di campagne diverse per fare pressioni su Israele unendole attorno a tre richieste chiare, una per ogni componente principale del popolo palestinese.

  • In primo luogo, la libertà per i residenti dei territori occupati;
  • secondo, l’uguaglianza per i cittadini palestinesi di Israele;
  • e in terzo luogo, la giustizia per i rifugiati palestinesi nella diaspora – il gruppo più numeroso – compreso il diritto di tornare alle loro case.

L’appello del BDS fu una sfida non solo per Israele, ma anche per la leadership palestinese. Rappresentava una riprogettazione concettuale della lotta nazionale, più in linea con le posizioni originarie dell’OLP prima che questa fosse stata forzata dalla sconfitta militare, dalla pressione internazionale e dal pragmatismo politico ad abbandonare l’obiettivo di un singolo Stato democratico e ad accettare invece la soluzione dei due Stati. Le potenze mondiali avevano proposto ai Palestinesi la soluzione dei due Stati come se fosse un dono. Ma per i Palestinesi, il dono era chiaramente per Israele, giacché i Palestinesi, il popolo indigeno, avrebbero dovuto cedere il 78% della sua terra. Alla fine del XIX secolo, agli albori del Sionismo, gli Arabi costituivano oltre il 90% della popolazione, e oltre i due terzi nel 1948, prima della Nakba. Quell’anno, il territorio di quello che sarebbe diventato Israele fu svuotato dell’80% dei suoi abitanti palestinesi, che furono quindi impossibilitati a tornare alle loro case. L’OLP fu fondata circa sedici anni dopo, nel 1964, prima  dell’occupazione israeliana della Cisgiordania e di Gaza. L’obiettivo principale della lotta palestinese era quindi stato la liberazione dell’intera patria e il ritorno dei suoi abitanti originari.

Tuttavia, con la prima intifada e l’accordo di Oslo del 1993 che vi pose fine, molti Palestinesi erano pronti ad accettare la formula dei due stati, non perché fosse considerata giusta, ma perché era il massimo che potevano sperare di ottenere. Mentre emergevano i dettagli delle varie proposte di pace, l’accordo sembrava sempre più spregevole. I Palestinesi avrebbero dovuto rinunciare non solo al 78% della loro terra natia, ma anche alla terra occupata illegalmente dai principali insediamenti israeliani all’interno dei territori occupati. Avrebbero dovuto rinunciare alla sovranità di gran parte della Gerusalemme Est occupata, la loro futura capitale, e della Città Vecchia, che rientra interamente al suo interno. Avrebbero dovuto acconsentire al fatto che qualsiasi trattato di pace non avrebbe mai permesso il ritorno della maggior parte dei Rifugiati nelle loro case. Avrebbero dovuto rinunciare a qualsiasi richiesta nei confronti di Israele – inclusa quella per ottenere uguali diritti per i suoi cittadini palestinesi, che erano oltre un quinto della popolazione. E in cambio avrebbero ottenuto uno Stato formato dalla Cisgiordania e da Gaza che i primi ministri israeliani, da Yitzhak Rabin a Benjamin Netanyahu, hanno sempre descritto come uno “stato-minus” o “un’entità che è meno di uno stato”.

Durante i negoziati con Israele, l’OLP aveva acconsentito a ciascuna di queste condizioni, anche se poche, anzi nessuna di esse era sostenuta dal diritto internazionale. Quando anche questi accordi alla fine si rivelarono insufficienti per ottenere la fine dell’occupazione, un numero crescente di Palestinesi iniziò a inasprirsi rispetto all’idea dei due Stati. Non solo gli accordi originali erano stati erosi a tal punto da diventare irriconoscibili, ma anche la versione ridotta era diventata un miraggio.

All’epoca della chiamata al BDS, l’occupazione israeliana della Cisgiordania e di Gaza aveva quasi quarant’anni e non mostrava segni di scomparsa. Da Oslo, il numero di coloni nel 2005 era quasi raddoppiato. Molti di loro non abitavano in roulotte in collina, ma in città con centri commerciali, parchi, piscine pubbliche e autostrade a più corsie che li collegavano senza problemi a Israele. L’idea di eliminare persino un terzo di questa popolazione in costante crescita non era considerata plausibile. Gli Stati Uniti e altre potenze fecero poco più che rilasciare qualche ammonizione. Promisero ai Palestinesi che la situazione si sarebbe presto conclusa con la fondazione di uno Stato indipendente.

Nel tempo, la soluzione dei due Stati  divenne uno slogan svuotato di significato. Quanto meno sembrava realizzabile, tanto più forte era declamata.  Come si poteva immaginare, le maggiori potenze mondiali rifiutarono di esigere da Israele la concessione della cittadinanza e la parità di diritti ai Palestinesi residenti al suo interno. Il concetto dei due Stati fu così trasformato da una possibile soluzione all’occupazione israeliana al principale pretesto per privare i Palestinesi dell’uguaglianza. Costituiva anche la scusa di base per lasciare in esilio la maggioranza dei Palestinesi: al fine di preservare la maggioranza ebraica di Israele, i Rifugiati avrebbero dovuto languire nei campi al di fuori dei suoi confini finché non ci fosse stata una nazione palestinese in grado di assorbirli.

Il movimento BDS offrì un’alternativa. Si rifiutava di parlare di soluzioni fittizie, sia di due Stati sia di uno. Il problema fondamentale, a suo avviso, non era nel decidere quale tipo di accordo dovesse sostituire il sistema attuale; il problema era costringere Israele a cambiarlo del tutto. Discutere di uno o di due Stati equivaleva a contare gli angeli sulla punta di uno spillo, fintanto che Israele era troppo a suo agio nell’occupazione perpetua per pronunciarsi a favore di uno dei due.

 

La risposta di Israele al BDS è stata lenta ad arrivare, ma potente. Yossi Kuperwasser, soprannominato Kuper, guidò gli sforzi del governo israeliano contro il movimento BDS fino al 2014. Ora lavora per il Jerusalem Center for Public Affairs, un gruppo di esperti conservatori diretto da Dore Gold, un ex ambasciatore israeliano all’ONU e confidente di lunga data del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu. Kuperwasser, capelli corti, voce roca e l’abitudine israeliana di riempire le pause con un brutto “ehh”, è un interlocutore coinvolgente ed enfatico. Parla un buon arabo, così come sua moglie Tsionit (“sionista” in ebraico), nata in Israele da genitori Ebrei iracheni. Kuper è stato a capo della prestigiosa divisione di ricerca dell’intelligence militare durante la seconda intifada e nel 2009 è stato nominato direttore generale del Ministero degli affari strategici.

È stato Kuperwasser a trasformare il ministero nel centro di comando israeliano per quella che chiama la battaglia contro il BDS. Iniziò il lavoro subito dopo la guerra di Gaza del 2008-2009, che uccise 13 Israeliani e circa 1.400 Palestinesi, portando l’attività del BDS a nuovi livelli. Nel settembre 2009, l’immagine internazionale di Israele ricevette un duro colpo dal rapporto dell’ONU sulla guerra, elaborato da una missione d’inchiesta guidata dall’eminente giurista sudafricano Richard Goldstone. Il rapporto denunciò che Israele e gruppi armati palestinesi avevano commesso crimini di guerra e che Israele aveva condotto “attacchi deliberati contro i civili” con “l’intenzione di diffondere il terrore”.  Affermò anche che il blocco di Gaza – “la serie di atti che privano i Palestinesi … dei loro mezzi di sussistenza, occupazione, alloggio e acqua, che negano loro la libertà di movimento e il loro diritto di uscire ed entrare nel proprio Paese” – costituivano un possibile crimine contro l’umanità.

Kuperwasser disse che fu il rapporto Goldstone a mettere in allarme Israele sulla natura grave della minaccia rappresentata da quella che definì “delegittimazione”. Alla fine del 2009, Netanyahu identificò la delegittimazione come una delle tre gravi minacce a Israele, insieme al programma nucleare iraniano e alla proliferazione di missili e razzi a Gaza e in Libano. Da allora, è diventato normale sentire che alti politici israeliani descrivono il BDS e la delegittimazione come una minaccia “esistenziale” o “strategica”.

Alcuni dei commentatori israeliani di centrosinistra che si oppongono al BDS, hanno una visione piuttosto cinica della campagna internazionale del governo contro il BDS. Credono che sia guidato principalmente dalla politica interna. Sottolineano che, dalla fondazione del BDS, 13 anni fa, il commercio estero di Israele è in realtà aumentato e i suoi rapporti diplomatici con l’India, la Cina, gli Stati africani e persino con il mondo arabo sono cresciuti. Molti commentatori israeliani affermano che il movimento BDS e i politici israeliani sia di sinistra che di destra lavorano in simbiosi: la sinistra israeliana avverte che il BDS e la delegittimazione causeranno uno “tsunami diplomatico” internazionale contro Israele; la destra israeliana fa il suo solito allarmismo sulle minacce esterne al fine di aumentare il sostegno in patria e all’estero. Il movimento BDS, nel frattempo, evidenza con entusiasmo ogni affermazione iperbolica israeliana come prova del suo successo.

Kuperwasser, tuttavia, afferma che la minaccia posta dal BDS è molto reale e che ignorarla o trattarla come una seccatura sarebbe un fallimento: “Fino al 2010, abbiamo seguito questa politica, e i risultati non sono stati buoni.” L’errore fondamentale, ha aggiunto, è stato misurare l’impatto del BDS in termini di commercio israeliano. La questione centrale non è se ci boicotteranno o non ci boicotteranno”, ha detto Kuperwasser. “La questione centrale è se avranno successo nell’introdurre nel dibattito internazionale la tesi che Israele è illegittimo come stato ebraico”.

 

Trad: Grazia Parolari “contro ogni specismo, contro ogni schiavitù”

Invictapalestina.org

Fonte: https://www.theguardian.com/news/2018/aug/14/bds-boycott-divestment-sanctions-movement-transformed-israeli-palestinian-debate

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