Un tempo maestro della guerra narrativa, Israele ora sta perdendo terreno contro smartphone, social media e archivi digitali.
Fonte: English version
Di Jasim Al-Azzawi – 6 luglio 2025
Dal 7 ottobre 2023, la guerra delle immagini ha eclissato la guerra delle armi. Dagli ospedali di Gaza devastati e dai bambini affamati alle fosse comuni e ai padri disperati che scavano tra le macerie, ogni pixel catturato da uno smartphone colpisce più a fondo di un missile.
Queste immagini, crude, non filtrate e innegabili, hanno un impatto ben maggiore di qualsiasi conferenza stampa o discorso ufficiale. E per la prima volta nella sua storia, Israele non può cancellarle o sommergerle di propaganda.
Le immagini terrificanti dell’esercito israeliano che massacra le persone nei punti di distribuzione degli aiuti hanno spinto Gideon Levy del quotidiano Haaretz a scrivere il 29 giugno: “Israele sta perpetrando un Genocidio a Gaza? Le testimonianze e le immagini che emergono da Gaza non lasciano spazio a molte domande”.
Persino il commentatore e editorialista del New York Times Thomas Friedman, fermamente filo-israeliano, non crede più alla narrazione israeliana. In un editoriale del 9 maggio, indirizzato al Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ha dichiarato: “Questo governo israeliano non è nostro alleato”, chiarendo che si sta “comportando in modi che minacciano gli interessi fondamentali degli Stati Uniti nella Regione”.
Un tempo, la narrazione israeliana era protetta dai cancelli delle redazioni e dalla gravità del senso di colpa occidentale. Ma lo smartphone ha infranto quei cancelli. Ciò che vediamo ora non è più ciò che Israele ci racconta, ma ciò che Gaza ci mostra.
Le piattaforme che trasmettono queste immagini, TikTok, WhatsApp, Instagram, X, non danno priorità al contesto, ma alla viralità. Mentre le generazioni più anziane potrebbero distogliere lo sguardo, quelle più giovani sono incollate al flusso di sofferenza, assorbite da ogni pixel, da ogni sirena, da ogni momento di distruzione. L’opinione pubblica mondiale è agitata e questo va contro gli interessi israeliani. Israele non è più solo in guerra con i suoi vicini; è in guerra con l’obiettivo stesso.
Il costo psicologico di questa guerra visiva si sta ripercuotendo profondamente nella società israeliana. Per decenni, gli israeliani sono stati condizionati a considerarsi narratori globali di traumi, non soggetti a scrutinio internazionale. Ma ora, con video di bombardamenti israeliani, quartieri di Gaza rasi al suolo e bambini affamati che inondano ogni piattaforma, molti israeliani si trovano ad affrontare un crescente dilemma etico.
C’è disagio, anche tra i centristi, per il fatto che queste immagini viscerali stiano erodendo la superiorità morale di Israele. Per la prima volta, il contesto pubblico nella società israeliana include la paura dello specchio: ciò che il mondo ora vede e ciò che gli israeliani sono costretti ad affrontare.
A livello internazionale, l’effetto è stato ancora più destabilizzante per la posizione diplomatica di Israele. Alleati di lunga data, un tempo sostenitori incondizionati, ora si trovano ad affrontare una crescente pressione interna da parte dei cittadini che non consumano dichiarazioni ufficiali, ma le dirette video di TikTok e il flusso di immagini su Instagram.
I legislatori in Europa e Nord America stanno apertamente mettendo in discussione le spedizioni di armi, gli accordi commerciali e la copertura diplomatica, non a causa degli aggiornamenti che ricevono sui Crimini di Guerra israeliani, ma perché le loro caselle di posta sono inondate di immagini di parti di corpi sparsi e bambini affamati.
Il campo di battaglia si è esteso a parlamenti, plessi universitari, consigli comunali e redazioni. Questa è la reazione di una guerra che Israele non può vincere con la forza bruta. Per riprendere il controllo della narrazione, i funzionari israeliani hanno fatto pressione sulle piattaforme dei social media affinché limitassero i contenuti che non gradiscono. Eppure, persino gli sforzi più sofisticati di diplomazia pubblica israeliana faticano a tenere il passo con la viralità della cruda documentazione.
A porte chiuse, l’esercito israeliano non si preoccupa più solo delle pubbliche relazioni; si preoccupa anche dei procedimenti giudiziari. L’esercito israeliano ha ammonito i soldati per essersi scattati foto e filmati mentre demolivano case palestinesi, avvertendo che tali materiali vengono ora utilizzati come prova da organizzazioni internazionali per i diritti umani.
Filmati e immagini provenienti dai social media sono già stati utilizzati dagli attivisti per prendere di mira i militari israeliani all’estero. In diversi casi, cittadini israeliani hanno dovuto fuggire dai Paesi in cui si trovavano a causa di denunce per Crimini di Guerra presentate contro di loro.
Nell’era degli smartphone, l’Occupazione non è più solo visibile: è incriminabile.
In passato, Israele ha combattuto guerre che poteva spiegare. Ora combatte una battaglia a cui può solo reagire, spesso troppo tardi e in modo troppo goffo. Lo smartphone cattura ciò che il missile nasconde. I social media diffondono informazioni che gli aggiornamenti ufficiali tentano di sopprimere. Le immagini inquietanti, conservate digitalmente, ci assicurano di non dimenticare mai alcuna atrocità devastante o atto di brutalità.
Le immagini del conflitto non si limitano a trasmettere informazioni; possono anche ridefinire le nostre percezioni e influenzare le nostre posizioni politiche. La potente foto della “ragazza bruciata dal Napalm”, che ha immortalato le conseguenze di un attacco dell’esercito sudvietnamita alleato degli Stati Uniti contro i civili durante la guerra del Vietnam, ha avuto un profondo impatto sulla società americana. Ha contribuito a creare un cambiamento significativo nell’opinione pubblica riguardo alla guerra, accelerando la decisione del governo statunitense di porvi fine.
Oggi, a Gaza, il flusso di immagini potenti non si ferma. Nonostante i grandi sforzi di Israele, l’opinione pubblica mondiale è in larga maggioranza contraria alla sua Guerra Genocida.
Gli smartphone hanno completamente cambiato la natura del conflitto, mettendo una fotocamera nelle mani di ogni testimone. In questa nuova era, Israele lotta per sconfiggere l’incessante e indiscriminata documentazione visiva dei suoi Crimini, che esige giustizia.
Jasim Al-Azzawi è un conduttore di telegiornale, presentatore di programmi e formatore di media. Ha condotto un programma settimanale intitolato “Inside Iraq”.
Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto
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