Mentre le mura di Gaza crollano, la ricerca di Handala ci conduce dai disegni scomparsi ai bambini che vivono la sua storia ogni giorno.
Di Hani al-Salmy – 30 ottobre 2026
Handala era ovunque. Lo vedevo sui muri delle case, nei campi profughi, sui quaderni dei bambini, nelle vetrine dei negozi, tra i versi delle poesie, stampato su magliette e kefiah, e appeso al collo delle donne come un piccolo ciondolo. A volte appariva sul muro di una scuola, a volte accanto alla porta di un negozio, a volte abbozzato con inchiostro nero su un pezzo di legno o di cartone.
Non era mai semplicemente un bambino disegnato su carta. Era qualcosa che ci somigliava. Lo conoscevamo, anche se non sapevamo il suo nome. Scalzo, vestito con abiti logori, con i capelli spettinati, la schiena rivolta verso le mani giunte dietro di sé e verso di noi, se ne stava lì come in attesa di qualcosa che non sarebbe mai arrivato. O forse sapeva che il mondo intero gli stava di fronte e si rifiutava semplicemente di mostrargli il suo volto.
Naji al-Ali creò Handala nel 1969, raffigurandolo con dieci anni, la stessa età che aveva Naji stesso quando fu cacciato dalla Palestina nel 1948. Handala non crebbe mai, perché non sarebbe cresciuto fino al suo ritorno a casa. Dopo il 1973, iniziò a voltare le spalle allo spettatore, con le mani giunte dietro di sé, e quella piccola schiena divenne una delle immagini più riconoscibili nella memoria palestinese. Col tempo, Handala divenne la firma di Naji al-Ali e un simbolo di rifiuto, resilienza e fermezza palestinese.
Ma da quando è iniziata la guerra, lo sto cercando. Cerco Handala, e non riesco a trovarlo.
Non è solo una metafora. Lo cerco davvero nei luoghi dove un tempo viveva. Lo cerco sui muri ancora in piedi, nelle scuole trasformate in rifugi, tra le tende e nei quaderni dei bambini. Lo cerco al collo delle donne che un tempo lo portavano come ciondolo. Lo cerco nei vicoli dove i bambini lo disegnavano a carboncino o con una matita economica.
Ma la guerra ha cambiato ogni luogo. Il muro che ospitava Handala è diventato un cumulo di macerie. La porta accanto alla quale un tempo si trovava non c’è più. La scuola dove un bambino avrebbe potuto disegnarlo su un muro è diventata un luogo dove dormire, poi un luogo da cui le persone sono state nuovamente sfollate, alla ricerca di un altro posto dove andare. Persino i quaderni in cui Handala avrebbe potuto apparire sono scomparsi sotto le rovine, bruciati, inzuppati dalla pioggia o ridotti a preziosi frammenti di carta che abbiamo paura di usare per i compiti.
Forse è per questo che Handala è scomparso. Non perché sia morto, ma perché sono morte le mura.
A volte penso che ad Handala non servisse altro che un muro per esistere. Un semplice muro di cemento, in uno stretto vicolo, di fronte a una casa palestinese. Stava lì in piedi a piedi nudi, senza dire una parola, lasciandoci il compito di comprenderlo. Ma la guerra ha portato via i muri, e con essi molte delle piccole cose a cui non avremmo mai pensato di dover dire addio.
Dov’è stato l’ultimo posto in cui ho visto Handala? Non riesco a ricordarlo. Ed è proprio questo il problema.
Ricordo l’ultima volta che ho visto un missile, l’ultima volta che ho sentito un’esplosione nelle vicinanze, l’ultima volta che abbiamo cercato acqua, l’ultima volta che siamo rimasti seduti al buio. Ma non riesco a ricordare l’ultima volta che ho visto Handala dipinto su un muro. Forse era qualche giorno prima della guerra. Forse qualche mese prima. Forse era disegnato su un muro lungo una strada che avevo percorso centinaia di volte senza notarlo, perché la presenza di Handala era diventata ordinaria come un albero, una finestra o un venditore di pane.
Dicevamo per scontato che Handala sarebbe sempre stato lì. Questo è uno dei modi in cui le cose che amiamo ci ingannano: immaginiamo che non richiederanno mai un addio.
Handala viveva tra noi in silenzio. Non gridava. Non portava armi. Non alzava il pugno in aria. Semplicemente se ne stava lì, a piedi nudi, di spalle. E quelle spalle erano sufficienti. Dicevano che c’erano cose che non avremmo mai potuto accettare. Che c’era una Patria che non poteva essere ridotta a un ricordo. Che il bambino palestinese non era semplicemente una vittima in attesa della pietà del mondo.
Handala non era semplicemente un bambino triste. Era un bambino arrabbiato, e la sua rabbia non aveva bisogno di lunghe parole.
Forse è per questo che i palestinesi lo amavano. Assomigliava al bambino del campo profughi che non aveva nulla ma sapeva che la povertà non era motivo di vergogna. Assomigliava al bambino che camminava a piedi nudi perché le sue scarpe si erano disintegrate, e che comunque rideva. Il bambino che portava una borraccia più grande di lui. Il bambino che conosceva il prezzo del pane e dell’acqua prima ancora di imparare le tabelline. Il bambino che riconosceva il rumore di un aereo prima ancora di imparare i nomi degli uccelli.
Handala era un bambino del campo profughi. Ed è per questo che oggi non riesco a immaginarlo in nessun altro posto.
Lo immagino a Gaza. Ma dove? È a Khan Yunis? Sta camminando in uno dei campi profughi? Ha fatto la fila per l’acqua? Ha dormito in una tenda con le mani giunte dietro la schiena? Si è fermato davanti a una casa distrutta, cercando una piccola palla? Ha visto sua madre cercare tra le macerie i vestiti di suo fratello? Ha portato un sacco di pane invece di uno zaino?
Sa che il mondo a cui un tempo voltava le spalle ora volta le spalle a Gaza?
Forse è per questo che Handala non ha più bisogno di voltare le spalle. Questa volta, è il mondo che gli ha voltato le spalle.
Lo scenario è cambiato. Nei disegni di Naji al-Ali, Handala ci stava di fronte con le spalle rivolte verso di noi, come a dire: “Non vi darò il mio volto finché non smetterete di ignorarci”. Oggi, i bambini di Gaza vedono il mondo intero davanti a sé, eppure nessuno li raggiunge.
Handala aveva il lusso del silenzio. I bambini della guerra no. Un bambino che ha perso la casa non può semplicemente dire: “Volto le spalle”. Deve trovare un posto dove dormire. Un bambino affamato non può protestare in silenzio. Deve cercare un pezzo di pane. Un bambino che ha perso la cartella non può aspettare che ricominci la scuola. Scrive su qualsiasi pezzo di carta riesca a trovare.
E così penso che Handala possa aver lasciato le mura e aver camminato per le strade. Forse è diventato un bambino vero. Forse è diventato uno tra migliaia di volti. Forse l’Handala che cerco è il bambino che ho visto una mattina trasportare una borraccia, faticando sotto il suo peso, o la bambina seduta accanto alla sua tenda, intenta a sfogliare le pagine di un vecchio libro, o il ragazzo che ha trovato una matita rotta e l’ha custodita come un tesoro.
Handala non ha più bisogno di un artista. La guerra lo ha disegnato da sola.
Ma c’è qualcos’altro a cui continuo a pensare. Perché cerchiamo Handala proprio ora?
Forse perché abbiamo bisogno di un bambino che possa stare dove stiamo noi. Noi adulti siamo stanchi. Stanchi delle notizie, dei numeri, delle immagini delle macerie, dei nomi dei morti, degli sfollamenti, delle attese, dei negoziati e delle promesse che arrivano ma non ci raggiungono mai. Abbiamo bisogno di Handala, che si erge di fronte a tutto questo senza dire una parola. Un bambino di dieci anni può esprimere con la schiena ciò che noi non siamo riusciti a dire a parole.
Naji al-Ali lo aveva capito. Per questo non ha fatto di Handala un predicatore, un politico o un leader. Lo ha fatto un bambino. Un bambino povero, scalzo, silenzioso, ostinato. Un bambino che non cresce perché la causa stessa rimane irrisolta.
E oggi, a Gaza, cerco quel bambino.
Lo cerco sull’unico muro rimasto in piedi dopo il bombardamento di una casa. Lo cerco in una scuola senza finestre. Lo cerco su un pezzo di cartone usato per coprire un buco in una tenda. Lo cerco nella mano di un bambino che stringe una matita corta. Lo cerco al collo di una donna che porta ancora il suo ciondolo di Handala, nonostante abbia perso la casa.
Lo cerco in una poesia scritta alla luce di un telefono. Lo cerco in un vecchio quaderno sopravvissuto all’incendio. Lo cerco nel ricordo di un uomo che dice: “Lo vedevo lì, su quel muro”.
Ma ogni volta che chiedo di lui, qualcuno mi risponde: “Da quando è iniziata la guerra, non l’ho più visto”.
Forse questa è la risposta. Forse la guerra non ha ucciso Handala. Ha rubato i muri su cui era solito stare in piedi.
Ed è per questo che dobbiamo cercarlo di nuovo. Non semplicemente per disegnarlo ancora una volta, ma per chiederci: che fine ha fatto il bambino che Handala rappresentava? È cresciuto? È morto? È stato sfollato? È ancora scalzo? Ha mai trovato una Patria? Sta ancora aspettando?
Handala, dopotutto, non è un bambino qualsiasi. È il bambino palestinese che Naji al-Ali scelse di abbandonare per sempre all’età di dieci anni, fino al ritorno in Palestina. Dal 1969, è rimasto immobile, come se il tempo stesso non potesse smuoverlo.
Ma la guerra lo ha smuoveto. Questa volta, è sceso dal muro. Cammina tra le tende. Porta l’acqua. Cerca sua sorella. Fa la fila. Dorme per terra. Frequenta una scuola che non sembra più una scuola.
E, per la prima volta, ha un volto. Il volto di un bambino vero.
Forse è per questo che non riusciamo a vederlo. Perché l’Handala che stiamo cercando non è più un disegno. È lì, davanti a noi. Cammina tra noi. Si siede accanto a noi. Dorme nella tenda lì vicino. Chiede una matita. Chiede dell’acqua. Chiede un pezzo di pane.
Forse, quando la guerra finirà, Handala tornerà al muro. Troverà un nuovo muro, o ne costruirà uno con i suoi ricordi, e si fermerà lì come ha sempre fatto: scalzo, piccolo, con le spalle rivolte al mondo.
Ma per la prima volta, spero che si volti. Spero che vedremo il suo volto. Spero che cresca. Spero che corra. Spero che si compri un paio di scarpe nuove. Spero che porti uno zaino. Spero che frequenti una vera scuola. Spero che rida senza paura di un rumore nel cielo. Spero che torni nel luogo che Naji al-Ali lasciò da bambino.
Forse solo allora la nostra ricerca di Handala giungerà finalmente al termine.
– Hani Al-Salmi è uno scrittore palestinese della Striscia di Gaza. Ha pubblicato più di venti romanzi e racconti per bambini e ha ricevuto premi letterari in tutto il mondo arabo. Al-Salmi vive ancora a Gaza, dove lui e la sua famiglia continuano a sopportare la realtà della guerra, dello sfollamento e dell’assedio.
Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto
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