Deindicizzare Hamas: perchè porre fine alla designazione di Organizzazione Terroristica è giuridicamente fattibile e politicamente urgente

E se la rimozione di un’etichetta potesse sbloccare gli aiuti umanitari, la legittimità politica e il Diritto Internazionale?

Fonte: English version

Di Rima Najjar – 10 luglio 2025

Immagine di copertina: Due donne, due fronti: Francesca Albanese e Charlotte Kates: voci ribelli contro l’architettura della criminalizzazione

La persistente definizione della Resistenza armata palestinese come terrorismo rimane uno degli ostacoli strategicamente più radicati alla risoluzione del conflitto israelo-palestinese. Al centro di questa situazione di stallo c’è la proscrizione di Hamas da parte di importanti Stati occidentali, in particolare Regno Unito e Stati Uniti: designazioni che legalizzano l’esclusione politica, sopprimono la mediazione internazionale e distorcono la comprensione globale dei Movimenti di Liberazione.

La rimozione di Hamas dalle liste delle organizzazioni terroristiche, lungi dall’essere un esercizio semantico, ricalibrerebbe il Diritto Internazionale, trasformerebbe l’impegno diplomatico e ripristinerebbe la legittimità dell’autodeterminazione palestinese. Se avesse successo, segnerebbe una svolta storica, che metterebbe a nudo l’architettura della criminalizzazione e riorienterebbe i quadri di responsabilità globali verso giustizia e risoluzione.

Questa trasformazione giuridica e politica si sta attivamente sviluppando nel Regno Unito. La richiesta presentata nel 2024 da Riverway Law al Ministero dell’Interno, ai sensi dell’Articolo 4 della Legge Antiterrorismo del 2000, contesta la designazione di Hamas per motivi di diritti umani. La richiesta sostiene che l’etichetta generale viola la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, in particolare i diritti alla libertà di espressione, di associazione e di protezione dalla discriminazione.

In modo cruciale, sottolinea che Hamas, in quanto autorità civile di fatto di Gaza, gestisce ospedali, scuole e infrastrutture, e che criminalizzare il coinvolgimento in queste istituzioni sabota gli aiuti umanitari, il giornalismo e la diplomazia. Alla richiesta si unisce CAGE International, la cui attività di difesa denuncia come le leggi antiterrorismo abbiano preso di mira in modo sproporzionato i musulmani britannici e gli organizzatori di iniziative solidali con la Palestina. La loro indagine documenta una sorveglianza diffusa, interruzioni del lavoro e retate, sostenendo che la proscrizione criminalizza il dissenso e razzializza il linguaggio politico.

Una delle vittime più visibili di questo regime è Charlotte Kates, coordinatrice internazionale della Rete di Solidarietà con i Prigionieri Palestinesi Samidoun. La sua organizzazione ha subito una criminalizzazione globale, più recentemente con la designazione di Samidoun da parte del Canada come entità terroristica e la diffamazione del Tesoro statunitense come “organizzazione di beneficenza fittizia”, a causa di presunti legami con il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), a sua volta proscritto.

Kates è stata presa di mira da indagini per crimini d’odio, divieti di viaggio e censura istituzionale non per atti di violenza, ma per la sua aperta difesa della Resistenza Palestinese e per aver inquadrato i prigionieri come combattenti politici secondo il Diritto Internazionale. La sua testimonianza da esperta nel ricorso di Riverway inquadra i prigionieri come “bussola morale della Resistenza” e sostiene che la proscrizione Cancella l’identità politica e mina le tutele legali garantite dalle Convenzioni di Ginevra. L’attacco a Samidoun non solo mette a tacere la solidarietà, ma esemplifica anche come le designazioni di organizzazione terroristica vengano utilizzate per delegittimare la difesa legale e la tutela culturale.

Sebbene il governo del Regno Unito abbia finora respinto la sfida, citando la sicurezza nazionale e l’allineamento con gli alleati, la via legale rimane praticabile. La Sezione 4 prevede la revisione e i ricorsi tramite la Commissione di Appello delle Organizzazioni Proscritte, e il crescente sostegno da parte di coalizioni studentesche, organismi per i diritti umani e giuristi dimostra un cambiamento nel sentimento pubblico.

Ciò che è in gioco non è semplicemente lo status giuridico, ma un’inversione narrativa, in cui Hamas non è più definita esclusivamente dalla violenza militare, ma dal suo ruolo politico, civile e storico nel governare e nella Resistenza Palestinese.

Questo cambiamento ha un potenziale trasformativo per l’impegno internazionale, soprattutto all’interno del sistema delle Nazioni Unite. La de-proscrizione consentirebbe un contatto diplomatico formale con l’amministrazione civile di Hamas, sbloccando sforzi coordinati di aiuto e negoziati di pace inclusivi. Inoltre, spingerebbe le Nazioni Unite a rivalutare la propria posizione operativa, attualmente plasmata dalle designazioni di terrorismo degli Stati membri, e ad allinearsi più strettamente ai propri mandati in materia di diritti umani. Tale ricalibrazione amplierebbe il mandato di Francesca Albanese, neutralizzando gli attacchi politici radicati nella proscrizione e consentendole di perseguire quadri di giustizia transizionale senza ostacoli. Il suo lavoro, in particolare la sua documentazione della complicità aziendale e della giurisprudenza sulla Resistenza, non sarebbe più liquidato come “apologia del terrorismo”, ma riconosciuto come essenziale per il Diritto Internazionale e la responsabilità.

Al centro di questa trasformazione si trova una sfida conoscitiva più profonda: la disputa su chi può nominare, narrare e legalizzare la Resistenza. Le Nazioni Unite si sono a lungo impegnate per definire il terrorismo in un modo che distingua tra atti di violenza e atti di liberazione. La deproscrizione mette in luce le lacune e i pregiudizi di questi quadri normativi, che privilegiano gli attori statali ed emarginano la Lotta Anticoloniale. Apre inoltre la strada alle tradizioni giuridiche del Sud del mondo per rimodellare le norme internazionali, riaffermando la legittimità della Resistenza Armata Sotto Occupazione.

Questa legittimità ha implicazioni dirette per la Corte Penale Internazionale, dove lo status di proscrizione di Hamas ha distorto l’impegno legale. La deproscrizione consentirebbe alla Corte di indagare sia sugli attori statali che su quelli non statali con simmetria giuridica, senza l’ostacolo dell’eccezionalismo diplomatico. I dirigenti di Hamas potrebbero partecipare ai procedimenti, presentare prove ed essere ritenuti responsabili in quanto attori riconosciuti all’interno del sistema, anziché essere entità criminalizzate preventivamente.

Anche il Diritto Umanitario verrebbe rinvigorito. La proscrizione ha portato alla criminalizzazione degli aiuti, bloccando l’accesso a ospedali e istituzioni civili gestite da Hamas. Ciò viola i principi fondamentali del Diritto Internazionale Umanitario, tra cui la neutralità medica e la protezione dei civili. La revoca della proscrizione ripristinerebbe la distinzione tra combattenti e amministratori, consentendo alle ONG e alle agenzie internazionali di operare senza timore di arresto o di congelamento dei beni.

Gli effetti a catena si estenderebbero ai media, al mondo accademico e alla mobilitazione della diaspora. I principali organi di informazione sarebbero costretti a riformulare le narrazioni della Resistenza Palestinese, passando dal dualismo “terrorismo contro democrazia” a una copertura mediatica complessa e storicizzata.

I media alternativi e il giornalismo giuridico prospererebbero, valorizzando l’analisi critica e amplificando le voci marginalizzate. Le istituzioni accademiche riacquisterebbero spazio intellettuale, liberandosi dal clima di paura che ha censurato programmi di studio, ricerca e organizzazione studentesca. La deproscrizione consentirebbe agli insegnanti di insegnare l’evoluzione politica di Hamas, i Movimenti di Resistenza comparata e i quadri giuridici postcoloniali senza ritorsioni istituzionali. 

Le reti di supporto della diaspora, a lungo frammentate dalla sorveglianza e dalla criminalizzazione, verrebbero rivitalizzate. La deproscrizione riautorizzerebbe la mobilitazione, il coordinamento e il dibattito pubblico, consentendo ai custodi culturali e agli attivisti legali come Kates di rivendicare il loro ruolo nel plasmare il futuro della Palestina. L’evoluzione di Riverway Law in Riverway fino al Mare esemplifica questo cambiamento. Un tempo studio legale specializzato in immigrazione, Riverway si è ristrutturato nel 2025 come formazione legale direttamente integrata nel Movimento di Liberazione, dissolvendo le tradizionali barriere tra avvocati e procuratori legali, rifiutando modelli giuridici gerarchici e allineando la propria missione al contenzioso strategico, alla formazione giuridica e al coordinamento transnazionale. Persino il suo nome, che riecheggia lo slogan “Dal fiume al Mare”, segnala un’adesione senza riserve alla chiarezza narrativa e alla convinzione ideologica. Non si tratta di un semplice cambio di nome, ma di un cambiamento strutturale: dalla difesa legale alla sfida legale, dalla fornitura di servizi all’insurrezione cognitiva. 

Persino l’ambito della produzione culturale e delle infrastrutture conoscitive: musei, archivi, programmi di studio, è destinato a trasformarsi. La deproscrizione consentirebbe ai curatori di presentare la Resistenza Palestinese in tutta la sua complessità storica e politica. Sosterrebbe la digitalizzazione e la conservazione delle lettere dei prigionieri, dei registri di governo civile e delle storie raccontate, integrandoli negli archivi globali senza timore di censura o procedimenti giudiziari. 

In sintesi, la rimozione di Hamas dalle liste del terrorismo non è un favore politico né una scommessa diplomatica: è una necessità giuridica ed etica. Permette la giustizia di transizione, ricalibra il Diritto Umanitario, legittima il governo civile e decolonizza la narrazione globale. Permette a figure come Albanese e Kates di agire con precisione basata sui principi, liberando la Resistenza dal vincolo della criminalizzazione. Ancora più profondamente, apre la strada a una nuova narrazione della storia non attraverso l’esclusione, ma attraverso il riconoscimento e la giustizia.

Non si tratta solo di semantica giuridica, ma di ossigeno storico. L’etichetta di terrorismo è da tempo uno strumento statale per criminalizzare i movimenti che si oppongono all’Occupazione, all’Apartheid e al Colonialismo di Insediamento. È stata usata contro il Congresso Nazionale Africano in Sudafrica. È stata usata contro il movimento e partito politico indipendentista irlandese Sinn Féin. E se venisse ribaltata, segnerebbe il più significativo cambiamento narrativo della Palestina dai tempi di Oslo.

Questa trasformazione, attesa da tempo, non è più irrealizzabile. Il clima politico che circonda la Palestina è cambiato radicalmente negli ultimi anni, dalle aule del Diritto Internazionale alle strade delle proteste globali. Le mobilitazioni di massa in Europa, America Latina e Stati Uniti sono andate oltre le richieste di cessate il fuoco, spingendosi verso richieste di giustizia strutturale.

La visibilità della Resistenza Palestinese, a lungo confinata ai margini degli attivisti, ora satura il dibattito principale. Giuristi internazionali stanno emettendo mandati di arresto contro funzionari israeliani. Esperti delle Nazioni Unite come Francesca Albanese stanno sfidando l’impunità con precisione giuridica, non con polemiche. Organizzazioni come Samidoun, nonostante la criminalizzazione, continuano a organizzarsi oltre confine, raccogliendo il sostegno di artisti, studenti e coalizioni legali. 

L’architettura del silenzio si sta incrinando, e con essa la fortezza della proscrizione. In questo momento, in cui il costo della censura sta diventando politicamente insostenibile, la deproscrizione non è semplicemente fattibile, è strategicamente vitale. Permette a diplomatici, educatori, giornalisti e attivisti di confrontarsi in modo veritiero e legittimo con la realtà della Resistenza, senza timore di rappresaglie o di essere Cancellati. Porre fine alla designazione di terrorismo non cambia solo il linguaggio, ma sblocca possibilità legali e chiarezza storica. E così facendo, restituisce ai palestinesi ciò che decenni di proscrizione hanno negato loro: il diritto non solo di resistere, ma di essere ascoltati, nominati e compresi.

Porre fine alla designazione di terrorismo non significa solo cambiare la politica, ma sconvolgere il vocabolario del dominio. Decolonizzare il dizionario. E così facendo, restituisce ai palestinesi ciò che decenni di proscrizione hanno negato loro: il diritto non solo di resistere, ma di essere compresi. 

Rima Najjar è una palestinese la cui famiglia paterna proviene dal villaggio di Lifta, spopolato con la forza, nella periferia occidentale di Gerusalemme, e la cui famiglia materna è originaria di Ijzim, a Sud di Haifa. È un’attivista, ricercatrice e professoressa in pensione di letteratura inglese presso l’Università Al-Quds, nella Cisgiordania Occupata.

Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto 
Tutti gli articoli del BLOG: Invictapalestina.org
Eventi a noi segnalati: Eventi

Disclaimer: non sempre Invictapalestina condivide le opinioni espresse negli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire e approfondire gli argomenti da noi proposti. I contenuti offerti dal BLOG sono redatti/tradotti gratuitamente con la massima cura/diligenza, Invictapalestina tuttavia, declina ogni responsabilità, diretta e indiretta, nei confronti degli utenti e in generale di qualsiasi terzo, per eventuali imprecisioni, errori, omissioni.