Chi sono i giovani israeliani che si rifiutano di continuare a combattere nella crudele guerra di Netanyahu?
Fonte: English version
Yahel Gazit – 10 Luglio 2025
Come si può iniziare a scrivere del rifiuto, quando ci sono così tante cose a cui resistere? Per me, il rifiuto significa anche dire addio a gran parte della mia identità di israeliana cresciuta qui. Ci sono ancora parti di quell’identità che posso amare? Spesso, la risposta è no. Eppure, il rifiuto, che è una sorta di fine, può e dovrebbe anche essere l’inizio di qualcosa di nuovo. Forse sono processi paralleli: lasciare andare e accogliere, rifiutare e accettare, smantellare e ricostruire. Per superare la stanchezza e il torpore, aggrapparsi alla possibilità di immaginare un nuovo tipo di appartenenza.
Questo progetto è stato realizzato in collaborazione con Haaretz. Un ringraziamento speciale va a @avshalomhalutz per il grande supporto.
Daniel Rak Yahalom – 32 anni – Haifa

Non sono mai stato a Gaza. Dal 2019 sono stato riservista dell’IDF nella West Bank. Mi sono sempre considerato un sionista di sinistra, e mi sentivo estremamente imbarazzato nello svolgere quel servizio, presumibilmente in nome della sicurezza, perchè in pratica sostenevo un progetto a cui mi opponevo. Ma credevo fosse un esercizio di democrazia, e una mia responsabilità verso un esercito del popolo, impedendo che l’IDF diventasse una milizia dell’estrema destra o fosse privatizzato in un qualche tipo di esercito mercenario.
Dopo il 7 ottobre, fui inviato ai confini con la Giordania, ma la maggior parte delle mie attività avevano a che fare con i Palestinesi e con il provvedere alla sicurezza dei coloni. Anch’io ero rimasto scioccato da quello che era accaduto quel giorno, e pensavo di dover contribuire allo sforzo nazionale.
Dopo due turni, ovvero circa 250 giorni di servizio, il governo di Netanyhau annunciò una nuova operazione, abbandonando praticamente gli ostaggi al loro destino e affermando chiaramente che questa guerra faceva parte di quel progetto politico che i coloni stavano portando avanti da anni nella West Bank. Con crimini di guerra come questi, con la legittimizzazione della guerra e con gli ostaggi ormai perduti, non mi restò altra scelta che rifiutarmi di servire. Fui trattenuto in una piccola prigione per 5 giorni, un prezzo molto piccolo da pagare.
Ron Feiner – 26 anni – Haifa

Ho 26 anni, studio filosofia, scienze politiche ed economia all’Università di Haifa e lavoro nel campo dell’istruzione.
Durante le guerre ho prestato servizio come comandante di un plotone di fanteria per 270 giorni, suddivisi in tre periodi diversi: i primi due al confine libanese e il terzo nel Libano stesso. Quando sono stata richiamato per la quarta volta, dopo una lunga e difficile lotta interiore, ho scelto di non presentarmi.
Mi sono rifiutato di presentarmi in servizio quando è diventato chiaro oltre ogni dubbio che il governo israeliano stava prolungando la guerra per il bene della sopravvivenza politica e della conquista di Gaza e che era disposto a sacrificare gli ostaggi , i civili di Gaza, i soldati dell’IDF e qualsiasi speranza di un futuro sicuro e pacifico per perseguire i suoi vili obiettivi
Dopo che il cessate il fuoco è saltato, a marzo, condannando gli ostaggi a un periodo indefinito di prigionia nei tunnel, è diventato ovvio che non rimaneva neppure un barlume di speranza che i leader del nostro governo dessero priorità al loro ritorno. Era chiaro che la vita umana non significava nulla per loro, e che erano pronti a continuare una guerra che uccide decine o centinaia di palestinesei ogni giorno e in cui i soldati dell’IDF muoiono quotidianemente.
Solo nell’ultimo mese,20 soldati sono stati uccisi. In tali condizioni, era chiaro a me e a molti altri che tornare in combattimento sarebbe stato eseguire un ordine palesamente illegale, con una gigantesca bandiera nera che sventolava sopra di esso, un ordine che non doveva essere eseguito.
Cinque centimetri. Questa è la distanza che ha separato un proiettile dal mio cranio. Quel proiettile ha colpito la torcia attaccata al mio casco Tengo questa torcia con me ora, e la guardo di tanto in tanto. Mi ricorda quanto tutto sia fragile , come la vita di una persona possa finire in un attimo. Mi ricorda il danno e la distruzione che questa guerra sta causando E mi ricorda il peso delle nostre azioni , anche le più piccole, e come ogni piccola scelta che facciamo possa avere un impatto enorme.
Itamar Schwartz – 22 anni – Gerusalemme

Sono il sergente Itamar Schwartz, comandante di carri armati. Sono cresciuto a Khar Sava in una famiglia religiosa sionista e ho smesso di essere praticante a 19 anni. E’ difficile dire a come sono arrivato ad avere le opinioni che ho oggi. Il 7 ottobre, la preparazione finale per l’offensiva, l’ingresso a Gaza, le prime tre settimane, durante le quali ho perso il conto di quante volte sono stato vicino alla morte, i missili anticarro, il ritorno a Gaza, gli attacchi di panico, essere messo in licenza per problemi mentali e spostato nelle retrovie una volta reintegrato, fino al congedo. Tutto questo ovviamente ha avuto un suo impatto.
Sì è vero, ero pronto a morire per questo. Accettavo la possibilità che nella battaglia per riportare a casa gli ostaggi, potessi essere io a non fare ritorno.
Il tempo è trascorso. Non occorre raccontare cosa è successo in questi ultimi anni. Tutti siamo passati attraverso l’inferno. Tutti i miei amici sono stati sul punto di morire. Eravamo stati inviati a salvare gli ostaggi, avremmo anche potuto non tornare.
Come a tutti, il 7 ottobre mi ha ricordato l’Olocausto. E naturalmente , ho immediatamente pensato al mio viaggio in Polonia durante le superiori e a ciò che il nostro insegnante aveva cercato di instillare in noi. I Nazisti, i Tedeschi, i loro collaboratori…erano tutte persone…persone normali che si conoscevano …che avevano sogni e speranze e bla bla bla…Il 7 ottobre ci ha mostrato cosa le persone possono fare dopo essere state sottoposte al lavaggio del cervello e credono di essere moralmente superiori per volere divino, e quando hanno la capacità e il tempo di pianificare.
Un mio commilitone ha scherzato sul “massacro della farina ” e su quanti terroristi erano stati uccisi. Un altro ha raccontato la storia di un comandante “macho” che ha sparato in testa a un prigioniero perchè questi gli aveva sputato addosso.
Questa guerra avrebbe potuto finire. L’ininterrotto massacro dei Gazawi avrebbe potuto teminare. Gli ostaggi avrebbero potuto tornare a casa. Se non ci fermiamo, se non chiediamo scusa al popolo palestinese e non lo aiutiamo a ricostruire, lo Stato di Israele ha i giorni contati. E’ così semplice.
La guerra deve finire
Gli ostaggi e i prigionieri palestinesi devono ritornare a casa. Dobbiamo sperare in un futuro assieme ai palestinesi . Questa è l’unica strada. Diversamente, nè noi , nè loro, avremo alcun futuro. Solo insieme possiamo sopravvivere.
Yotam Vilk – 30 anni – Tel Aviv

Sono un comandante di mezzi corazzati e ho servito a Gaza per 270 giorni dall’inizio della guerra. Sono entrato nei riservisti per un senso del dovere, per proteggere i miei concittadini dopo il giorno più buio della nostra storia recente. Nonostante le forti critiche che nutrivo per il nostro governo e la sua leadership, pensavo fosse mio dovere sociale combattere per la sicurezza di Israele e per riportare a casa gli ostaggi , oltre che agire contro la minaccia di Hamas.
Ma più il tempo passava, e più mi rendevo conto di come questa guerra avesse superato ogni limite morale ed etico. Mi sono reso conto che non potevo stare in silenzio davanti all’abbandono degli ostaggi, alla ininterrotta distruzione e al fatto che i politici usavano noi, soldati, ostaggi e civili, come pedine.
Alla fine, ho fatto la difficile scelta di denunciare pubblicamente questa campagna, supportata da una ideologia distruttiva che ci sta portando verso la catastrofe.
E’ stata una decisione difficile da prendere, ma è stata motivata da un senso di responsabilità , non di fuga.
Michal Deutsch – 30 anni – Gerusalemme

Questa maglietta mi accompagna dal mio anno di servizio nazionale volontario e per tutto il mio servizio militare regolare. Mi sono arruolata come soldato combattente nel Battaglione Caraval perchè volevo servire il Paese nel modo più significativo possibile.
Mi ha accompagnato quando ho iniziato a rendermi conto che stavo partecipando ad azioni illegali (anche quando pensavo ancora che questa fosse l’eccezione nell’IDF), attraverso la mia transizione al veganismo e verso una profonda comprensione della non violenza, durante il mio servizio militare, attraverso i miei studi di Scienze Naturali e di Giurisprudenza e nel mio attivismo.
L’ho indossata quando mi sono offerta volontaria al Civilian Operation Center per assistere le persone scampate al massacro del 7 Ottobre e anche quando sono entrata volontaria nell’esercito come riservista.
Come riservista, ho scoperto che la professionalità e i valori che mi erano stati insegnati come soldatessa erano molto lontani da gran parte dell’IDF, soprattutto sotto l’attuale governo criminale, che usa i soldati in lutto dopo il 7 ottobre per la sua politica irresponsabile e i propri meri interessi.
Quando chiesi chiarimenti sulla politica dell’utilizzo delle armi da fuoco da parte dei soldati, mi fu risposto che nell’esercito “non c’era spazio per la politica” . Questo mentre Channel4, il portavoce del governo, trasmetteva musica in sottofondo e i nostri soldati gioivano per le bombe che partivano dalla nostra base, incuranti delle vittime. A un matrimonio che venne celebrao nela base, un rabbino parlò di “tempi miracolosi”.
Professionalità e compassione non esistevano. Mi rifiutai di continuare a servire con quei presupposti, Quando chiesi di essere trasferita in un reparto che si occupava di evacuare i feriti, sperando ingenuamente di poter riuscire ad aiutare anche i civili innocenti, l’esercito rifiutò, probabilmente pre un mio passato arresto durante una manifestazione anti governativa.
Oggi mi rifiuto di fare parte dell’IDF in qualsiasi modo . So che l’unico scopo di questa guerrra è la sopravvivenza di questo governo, al prezzo di migliaia di bambini gazawi sotto i sei anni uccisi (e il cui numero aumenta costantemente) di quello degli ostaggi, dei soldati e della sicurezza di tutti noi. L’IDF non può proteggerci cancellando tutti i valori basici che dovrebbero essere una guida.
Spero possano arrivare giorni migliori. Attualmente, il mio modo di servire il Paese è partecipare alle manifestazioni, proprio per cercare di promuoverli e favorirli. Quando stavamo recuperando gli animali delle persone che vivevano ai confini con Gaza, ho trovato una bambola fuori da una casa bruciata. Piangendo, l’ho portata a uno dei soldati che mi stava aiutando (sembrava avesse bisogno di un po’ di tenerezza, nel mezzo dello stress ), per ricordargli per cosa stavamo davvero combattendo. Un vero soldato sa provare compassione e sa come agire professionalmente secondo le regole, non spinto dall’odio e dalla vendetta. E’ così che continuo a combattere, anche se non più nell’IDF .
Traduzione a cura di Grazia Parolari
“Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali”
Gli altri articoli del BLOG: Invictapalestina.org
Eventi a noi segnalati: Eventi
Disclaimer: non sempre Invictapalestina condivide le opinioni espresse negli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire e approfondire gli argomenti da noi proposti. I contenuti offerti dal BLOG sono redatti/tradotti gratuitamente con la massima cura/diligenza, Invictapalestina tuttavia, declina ogni responsabilità, diretta e indiretta, nei confronti degli utenti e in generale di qualsiasi terzo, per eventuali imprecisioni, errori, omissioni.

