I censori filo-israeliani stanno iniziando a perdere

La controversia che ha coinvolto Macklemore dimostra che il prezzo da pagare per schierarsi a favore della Palestina sta diminuendo.

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Di Ahmed Najar – 20 settembre 2026

Per decenni, il più grande vantaggio di Israele in Occidente non è stato semplicemente il sostegno militare o politico, bensì il potere narrativo.

Israele e i suoi sostenitori hanno esercitato un’enorme influenza sui limiti del dibattito accettabile sulla Palestina: su quali episodi di violenza venissero presi in considerazione, su quali questioni di sicurezza si desse maggiore importanza, su quale contesto storico fosse rilevante e, soprattutto, su quali critiche a Israele fosse consentito in pubblico.

Quel potere non è scomparso. Ma la straordinaria controversia che ha accompagnato l’esclusione di Macklemore dal tour americano di Ed Sheeran dimostra quanto rapidamente si stia erodendo.

Il fatto che il rapper americano sia stato escluso dal tour dopo aver parlato della Palestina sul palco dimostra che il vecchio sistema funziona. Un potente miliardario si è opposto. I gestori dei locali hanno fatto pressione. L’artista è sparito dal palco.

La differenza, questa volta, è stata la reazione negativa.

In risposta alla censura, tutti gli artisti di supporto rimanenti del tour di Sheeran si sono ritirati. Finneas, Lukas Graham, Aaron Rowe e Beoga hanno rinunciato. Nel frattempo, i prezzi dei biglietti per i concerti rimanenti di Sheeran sono crollati, perdendo in alcuni casi il 50% del loro valore, a causa dell’indignazione di molti fan.

Macklemore ha tenuto duro e ha promesso di devolvere il milione di dollari guadagnato con le sue apparizioni a sei organizzazioni a sostegno dei palestinesi. Successivamente, i media hanno riportato che Sheeran avrebbe donato 2 milioni di dollari per gli aiuti umanitari nella regione.

Tutto ciò ha contribuito a generare ulteriori donazioni e a dare maggiore visibilità alle organizzazioni umanitarie palestinesi, tra cui una promessa di donazione di 1 milione di dollari da parte della signora Rachel, educatrice per l’infanzia.

Riflettiamo su quanto accaduto.

Il tentativo di estromettere “Free Palestine” dal palco ha fatto sì che la Palestina ricevesse molta più attenzione, che diversi artisti abbandonassero uno dei tour più importanti al mondo e che venissero donati più fondi alle organizzazioni palestinesi.

Il tentativo di controllare il messaggio ha finito per amplificarlo. E questo ci dice qualcosa di molto più profondo del modo in cui le controversie vengono gestite nell’industria musicale.

Nel contesto del genocidio in corso a Gaza, Israele si trova ad affrontare una crisi non solo di opinione pubblica, ma anche di controllo della narrazione.

Per quasi tre anni, il mondo ha assistito all’uccisione, allo sfollamento e alla fame dei palestinesi. Ha visto quartieri rasi al suolo, ospedali al collasso e famiglie costrette ripetutamente a spostarsi da un luogo all’altro. Una commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite ha concluso che Israele ha commesso un genocidio a Gaza. La Corte penale internazionale ha emesso mandati di arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant per presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

La vecchia narrazione si scontra sempre più con una forza che Israele non può controllare facilmente: le persone possono vedere con i propri occhi cosa sta succedendo.

Giornalisti, medici, genitori e semplici cittadini palestinesi non dipendono più interamente dai governi occidentali o dalle organizzazioni mediatiche consolidate per raccontare le proprie vite. Immagini, testimonianze e documentazione viaggiano direttamente da Gaza a milioni di telefoni in tutto il mondo.

La propaganda ha dei limiti quando le persone possono assistere in prima persona alle conseguenze del potere. L’opinione pubblica riflette sempre più questa rottura.

Un sondaggio del Pew Research Center condotto quest’anno in 36 paesi ha rilevato che in media il 67% degli intervistati aveva un’opinione sfavorevole di Israele. Nel Regno Unito la percentuale era del 69%, in Germania del 73%, in Italia del 75% e in Australia del 79%. Persino negli Stati Uniti, il più importante alleato di Israele, il 60% degli intervistati aveva un’opinione negativa del paese.

Tra i giovani, la trasformazione è ancora più marcata. Il 74% degli americani di età compresa tra i 18 e i 34 anni intervistati dal Pew Research Center ha espresso un’opinione negativa su Israele, così come il 78% dei giovani britannici e l’87% dei giovani australiani.

Ciò non significa che tutti sostengano la Palestina o siano d’accordo su come dovrebbe essere una soluzione politica. Significa che il costo di prendere posizione a favore della Palestina sta diminuendo.

Per anni, la domanda implicita che si ponevano ad artisti, accademici e altre personalità pubbliche che sostenevano apertamente la Palestina era: cosa siete disposti a perdere? Il vostro ingaggio? La vostra sponsorizzazione? La vostra reputazione? La vostra carriera?

Lo scopo di tali conseguenze andava oltre il singolo individuo. Punire pubblicamente una persona avrebbe indotto centinaia di altre a comprendere l’avvertimento e a tacere.

Ma la deterrenza funziona solo quando le persone vengono dissuase.

Questa volta non lo erano. E ciò ha esercitato pressione sui censori e su coloro che si sono conformati.

Le polemiche hanno costretto Sheeran a esprimersi pubblicamente sulla Palestina. Sabato, durante il suo concerto a Filadelfia, dove si è esibito da solo, ha definito “ingiustificabile” quanto sta accadendo a Gaza.

L’equazione è chiaramente cambiata.

Parlare a favore della Palestina può ancora avere un costo professionale. Macklemore lo ha appena dimostrato. Ma sempre più spesso, i censori potrebbero scoprire che anche mettere a tacere le voci filo-palestinesi ha un costo.

Ecco perché la crisi narrativa israeliana è più profonda del semplice calo dei tassi di gradimento.

Il vecchio potere non consisteva semplicemente nella capacità di mettere a tacere i palestinesi e coloro che li sostenevano. Consisteva nella capacità di determinare quale versione della storia palestinese il mondo avrebbe ascoltato. Questo monopolio si sta spezzando.

Sono riusciti a far scendere dal palco l’uomo che gridava “Palestina libera”. Ma il grido “Palestina libera” si è fatto ancora più forte.

E questa potrebbe essere l’indicazione più chiara finora che Israele non sta semplicemente perdendo una discussione. Sta perdendo il controllo della narrazione.

Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.

Ahmed Najar è un analista politico e drammaturgo palestinese.

Traduzione a cura di Grazia Parolari 
“Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali”
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