LIBANO: “Fu così che nel 2006 ebbe inizio la guerra”  

A Deir Kanoun el-Nahr, nel sud del Libano, i residenti si stanno riprendendo dallo shock dell’attacco israeliano di giovedì sera, che ha ucciso due civili e ne ha feriti 19, compresi bambini.

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OLJ / Lyana Alameddine e Matthieu Karam, 15 giugno 2024 Immagine di copertina: L’edificio residenziale danneggiato da un attacco israeliano che ha preso di mira un edificio vicino il 14 giugno 2024 a Jennata, nel distretto di Tiro, nel sud del Libano. Foto Matthieu Karam

“Non riesco a realizzare cosa sia successo…” Ali sembra persa. Ancora traumatizzato dall’attacco israeliano di giovedì sera sulla strada che collega Jennata a Deir Kanoun el-Nahr, nel distretto di Tiro, il trentenne si rifiuta inizialmente di parlare di quella notte “da fine del mondo” : due vicini morti, la moglie in terapia intensiva e la piccola figlia Rawane, 8 mesi, in una stanza dell’ospedale Jabal Amel, vicino a Tiro.

È in questa struttura, situata a circa 10 chilometri dalla zona, che sono stati ricoverati alcuni dei feriti dell’attacco israeliano a Jennata. Intorno a mezzanotte, gli aerei israeliani hanno preso di mira un edificio di tre piani, danneggiando le case vicine. Un attacco  che ha lasciato due vittime, Sally Skayki e Dalal Ezzeddine, e 19 feriti, tra cui bambini, in un  contesto di chiara escalation degli scontri tra Israele e Hezbollah iniziati lo scorso ottobre.

Una villa danneggiata da un attacco israeliano, il 14 giugno 2024, nel villaggio di Jennata, nel distretto di Tiro, nel sud del Libano. Foto Matthieu Karam

Cinque minuti prima dell’attacco, Ali era andato ad aiutare un amico che aveva avuto un problema, mentre sua moglie e i suoi due figli trascorrevano la serata con la loro vicina, Sally, fuori dall’edificio. Ha assistito all’attacco da lontano, quindi si è precipitato sul posto. Sarà uno dei primi ad arrivare. La zona è avvolta nel fumo e nella polvere. “Ho visto cose che non avrei voluto vedere. C’erano civili, tanti bambini… È stato un massacro. Pensavo che avrei trovato la mia famiglia morta, che li avrei dovuti portare via senza vita”, dice.

Ali ritrova sua figlia, scaraventata lontano dall’esplosione. Il figlio di cinque anni rimuove i detriti di pietra dal corpo della madre, ferita, a terra. Sul posto sono intervenuti molto rapidamente i soccorritori legati agli Scout della Missione Islamica (Rissala, Amal), al Comitato sanitario islamico (Hezbollah), ai vigili del fuoco e alle ambulanze della Protezione civile. I feriti sono stati rapidamente trasportati nei tre ospedali della città di Tiro.

Un’ambulanza del Comitato sanitario islamico di Hezbollah, 14 giugno 2024 vicino a un edificio preso di mira da un attacco israeliano a Jennata, nel sud del Libano. Foto Matthieu Karam

“Tutto era distrutto”, riferisce Ali Safieddine, capo del centro di protezione civile di Tiro, che ha trasportato la piccola Rawane. È l’attacco più forte che abbiamo mai visto…” Dopo l’operazione, dice di aver detto a uno dei suoi compagni di squadra: “È così che è iniziata la guerra del 2006. »

Divieto di riprese

Il giorno dopo l’attacco la tensione si è abbassata. In ospedale, Ali ha appena portato alcune cose a sua moglie, che ha la schiena e il bacino rotti. Non è rimasto nulla della sua casa. Per ora ha intenzione di restare con i suoceri a Tiro. “Non mi aspettavo che Deir Qanoun venisse preso di mira. Siamo lontani dal confine, ci sentivamo al sicuro. Non è più così”, afferma.

Nelle vie del villaggio, a prima vista, la vita ha ripreso il suo corso. Le auto circolano normalmente. I negozi hanno alzato la saracinesca. E il fiorista all’angolo annaffia le sue piante. «Ci siamo abituati…» dice con nonchalance. Ma appena oltrepassato il paese di Deir Kanoun el-Harf, all’entrata di Jennata, una strada residenziale è bloccata da veicoli civili senza targhe. Da ogni lato, un nastro giallo delimita una zona vietata all’ingresso. Gli uomini di Hezbollah, in abiti civili, e alcuni soccorritori del partito si assicurano che né i giornalisti ,né i curiosi, si avvicinino ai luoghi del bombardamento. Solo l’edificio residenziale, che ha subito gravi danni, può essere fotografato dalla stampa. È lì che le due donne hanno perso la vita. Per quanto riguarda l’edificio colpito, si riesce appena a distinguere ciò che ne resta: macerie fumanti, pannelli solari distrutti. «Era una falegnameria», sottolinea un uomo di Hezbollah. Un altro ammette che l’edificio apparteneva al partito, ma senza fornire ulteriori dettagli.

Un veicolo danneggiato dal bombardamento israeliano che ha colpito un edificio a Jennata nel distretto di Tiro, nel Sud del Libano. Foto di Matthieu Karam.

Non lontano da lì, una donna, irritata, parla con degli amici. «Stiamo parlando del fatto che si trovava tra abitazioni civili…» dice Fatima*, senza terminare la frase. Una donna le consiglia di non dire di più. Si riprende: «Siamo arrabbiati per ciò che è successo, per quelli che abbiamo perso, per la paura che abbiamo provato…» E aggiunge: «Non ci sentiamo al sicuro qui, perché Israele è sanguinario. Ora abbiamo paura per i nostri figli… Non mi piace il sangue, ma che Dio faccia in modo che vinciamo contro i nostri nemici!» Fatima viene interrotta di nuovo. Questa volta da un rumore sordo: una raffica di razzi è appena stata lanciata dal Libano. «Basta con Israele», continua a ripetere l’amica di Fatima.

«Avrei dovuto insistere»

A pochi minuti in macchina dalla zona del bombardamento, gli abitanti si affollano per porgere le loro condoglianze alla famiglia di Sally Skayki, mentre le donne di Rissala accolgono gli abitanti della località. Dietro di loro, una giovane donna è appoggiata al muro, con lo sguardo assente. «Ci stavamo scambiando messaggi cinque minuti prima», dice Tarwada, con la voce tremante. Quella notte, doveva raggiungere Sally, che era terrorizzata dal «rumore degli aerei israeliani», racconta. «Avrei dovuto insistere perché venisse a casa mia… Sarebbe ancora viva», dice prima di crollare. Le donne accorrono per sostenerla. «Sii forte», le ripetono. Vicino alla nonna di Sally, una delle sue colleghe racconta che la giovane donna «aveva la sensazione che sarebbe diventata martire». «Quando siamo arrivati all’ospedale, abbiamo trovato Sally in un frigorifero», dice il cugino paterno Mohammad, che ribolle di rabbia.. «La risposta dovrebbe essere forte. È logico quando muoiono degli innocenti.»

Due donne  mostrano i ritratti di Sally Skayki uccisa da un bombardamento israeliano a Jennata, nel Sud del Libano, il 14 giugno 2024. Foto di Matthieu Karam.

Più in là, si tengono anche le condoglianze per Dalal Ezzeddine, che doveva viaggiare questo venerdì con la figlia di 17 anni ad Abidjan per far visita ai suoi altri due figli espatriati. «Non li vedeva da due anni. La notte del bombardamento, era venuta a salutarci», racconta il cognato, mostrando un video dell’appartamento devastato, pietre sul pavimento e vetri andati in frantumi. La figlia di Dalal, ferita, è uscita dall’ospedale venerdì pomeriggio. «È sotto shock, non riesce a dire una parola», dice.

Presente alle condoglianze, Youssef Zalzali, un vicino della vittima, ritiene che «il nemico ha oltrepassato i limiti nel contesto del suo attacco e delle risposte proporzionate. Abbiamo sempre sostenuto una risposta dissuasiva, proteggendo i civili.» «Non c’è più paura. Alla luce di questo attacco pesante, non ci si può aspettare che le vittime restino a guardare. O i civili sono al sicuro ovunque, o non lo sono da nessuna parte.» In risposta a questo bombardamento, Hezbollah ha rivendicato venerdì due attacchi contro posizioni israeliane: «decine di razzi Katioucha e missili Falaq» sono stati lanciati su Kiryat Shmona e Kfar Szold, mentre edifici «utilizzati da soldati» israeliani a Metula sono stati colpiti, provocando «feriti».

Un uomo mostra i ritratti delle due vittime del bombardamento israeliano, Dalal Ezzeddine e Sally Skayki, il 14 giugno 2024 a Jennata nel Sud del Libano. Foto di Matthieu Karam.

Ma alcuni temono un’escalation di maggiore entità. «Abbiamo paura che questa guerra si espanda. Siamo spaventati per i nostri figli», dice una madre venuta con le sue due figlie a osservare la zona. Un’altra residente, pro-Amal, commenta le voci secondo le quali  questo edificio possa appartenere a Hezbollah: «Se è così, non hanno il diritto di stabilirsi tra di noi, ma ne dubito, perché anche loro si preoccupano per noi», dice, prima di aggiungere: «Siamo stanchi di questa guerra.»

*Il nome è stato cambiato

Traduzione di Grazia Parolari “Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali” -Invictapalestinaa.org