Mesi dopo aver proclamato una “vittoria storica”, Israele intraprende un’altra offensiva contro l’Iran, e la rituale cancellazione del dissenso politico ricomincia.
Fonte: English version
Immagine di copertina: Forze di soccorso israeliane sul luogo in cui un missile balistico iraniano ha colpito un’area residenziale nel centro di Tel Aviv, 28 febbraio 2026. (Chaim Goldberg/Flash90)
Di Orly Noy – 1 marzo 2026
La sirena ha rotto il silenzio di sabato mattina in tutto Israele. Non per esortare i civili a correre nei rifugi, ma piuttosto per annunciare lo scoppio della guerra stessa, quasi come una fanfara trionfale. Dopo più di una settimana di snervante incertezza, sballottati tra la tesa attesa di una guerra che ci veniva ripetutamente detta inevitabile e la flebile speranza che la diplomazia potesse ancora prevalere, finalmente ci siamo.
“Non puoi immergerti due volte nello stesso fiume”, recita il detto dell’antico filosofo greco Eraclito. Ma a quanto pare puoi distruggere un nemico che hai già proclamato distrutto. Solo otto mesi fa, dopo il cessate il fuoco con l’Iran, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato che “nei 12 giorni dell’Operazione Leone Nascente, abbiamo ottenuto una vittoria storica, che durerà per generazioni”.
A quanto pare, questa “vittoria storica” non è durata nemmeno un anno, figuriamoci generazioni.
Questa volta, l’attacco aveva un obiettivo aggiuntivo: liberare il popolo iraniano dal dominio oppressivo degli Ayatollah. È noto che uno dei ruoli centrali di Israele in Medio Oriente è quello di far piovere libertà sui popoli della Regione con aerei da combattimento e bombardieri.
Improvvisamente, le vite degli iraniani sono diventate molto care ai cuori israeliani; così care che sono disposti a trascorrere lunghe notti nei rifugi antiaerei, sapendo che affronteranno pesanti perdite dalla loro parte, a patto che i nostri piloti portino buone notizie di libertà, o almeno l’assassinio della dirigenza iraniana e la distruzione delle infrastrutture e degli impianti nucleari delle Guardie della Rivoluzione Islamica.

“La nostra operazione creerà le condizioni affinché il coraggioso popolo iraniano prenda in mano il proprio destino”, ha twittato Netanyahu poco dopo l’inizio dell’attacco. “È giunto il momento per tutte le componenti del popolo iraniano, Persiani, Curdi, Azeri, Beluci e Ahwazi, di liberarsi dal giogo della tirannia e di costruire un Iran libero e in cerca di pace”.
Lo stesso uomo che, più di ogni altro nella storia di Israele, ha lavorato instancabilmente per aizzare i cittadini gli uni contro gli altri, per incitare e istigare, per fomentare un odio senza precedenti tra loro; l’uomo che ha un mandato di arresto internazionale pendente sulla testa per Crimini Contro l’Umanità, quest’uomo ora esprime preoccupazione per l’unità del popolo iraniano e la sua lotta contro la tirannia. Sarebbe stato comico se così tante vite non fossero in gioco.
Il popolo iraniano sta conducendo una lotta coraggiosa e stimolante per la propria libertà. La comunità internazionale dispone di strumenti diplomatici ed economici per assisterlo senza ripetuti attacchi aerei che promettono poco in termini di cambiamento duraturo. Applaudire l’attacco israelo-americano significa abbracciare un ordine globale cannibalesco in cui solo la forza definisce la moralità.
Celebrando la guerra, gli israeliani celebrano quel sistema: un mondo in cui il bullo detta le regole. Per ora, possono essere sollevati dal fatto che il bullo sia dalla loro parte.

Il coro familiare
Ma la retorica della solidarietà si è dissolta quasi con la stessa rapidità con cui era apparsa. Non appena hanno iniziato a emergere notizie di vittime civili, soprattutto dalla scuola elementare femminile di Minab, dove circa 150 bambine sono state uccise in un apparente attacco aereo israeliano, la presunta preoccupazione per il popolo iraniano si è rivelata flebile.
Scioccato, ho condiviso i video della scuola sulla mia pagina Facebook. Confesso che non mi aspettavo il torrente di odio che ne è seguito.
So già che, a parte una frangia molto ristretta, non ci si può aspettare reazioni empatiche all’Uccisione di Massa dei palestinesi; che la stragrande maggioranza del pubblico ebraico in Israele non solo non piange, ma gioisce apertamente per ogni morte palestinese, in qualsiasi circostanza. Ma non immaginavo che una simile sete di sangue avrebbe accompagnato i bombardamenti mortali di bambine in uniforme scolastica, soprattutto dopo che così tanti israeliani si sono affrettati a dichiarare che non era il popolo iraniano il nostro nemico, ma il Regime.
Nel giro di cinque ore, il mio post aveva accumulato centinaia di commenti pieni di odio e la solita ondata di minacce e insulti aveva iniziato a bombardare la mia casella di posta. Alcuni negavano l’accaduto, o sostenevano che il Regime iraniano avesse bombardato la propria scuola. Una parte più numerosa si rallegrava per la sorte delle ragazze assassinate.
“Peccato che non chiudano le scuole durante lo Shabbat!” ha scritto qualcuno, aggiungendo cinque emoji sorridenti per sottolineare la sua gioia. “Eccellente, eccellente, eccellente, gioioso e commovente. Che ci siano molti altri casi come questo, e presto tra la sinistra”, ha scritto un altro.
Non meno deprimente e prevedibile è stato il modo in cui i capi dell’opposizione ebraica si sono schierati con entusiasmo e d’istinto a sostegno di Netanyahu a sostegno della guerra. “Voglio ricordarlo a tutti: il popolo di Israele è forte. Le Forze di Difesa Israeliane e l’Aviazione Militare sono forti. La potenza più forte del mondo è al nostro fianco”, ha twittato Yair Lapid. “In momenti come questi restiamo uniti e vinciamo insieme. Non c’è coalizione né opposizione, solo un popolo e un’unica IDF, con tutti noi al loro fianco”.

Persino Yair Golan, che dovrebbe segnare il confine più a sinistra dello spettro Sionista in qualità di presidente del Partito Democratico, ha mantenuto una cortese moderazione e ha offerto pieno sostegno alla guerra. “L’IDF e le forze di sicurezza stanno operando con forza e professionalità”, ha scritto. “Hanno il nostro pieno sostegno”.
Naftali Bennett, il candidato principale per sostituire Netanyahu alle prossime elezioni, è rimasto indietro rispetto ai suoi colleghi perché ha dovuto aspettare la fine dello Shabbat prima di twittare. Una volta terminato, si è prontamente allineato allo sforzo bellico. “Sostengo pienamente le Forze di Difesa israeliane, il governo di Israele e il Primo Ministro per l’Operazione ‘Leone Ruggente’. L’intero popolo di Israele vi sostiene finché la minaccia iraniana non sarà annientata”, ha dichiarato.
Per questi tre uomini, Lapid, Golan e Bennett, nessun compito è apparentemente più urgente che sostituire il governo Kahanista e sanguinario di Netanyahu, che ha condotto il Paese a un livello di crisi senza precedenti. Sanno quanto sia pericoloso. Sanno la devastazione che un altro mandato porterebbe.
Eppure, nel momento in cui l’odore di guerra riempie l’aria, tutte queste intuizioni evaporano, sostituite da un’automatica riverenza per la Macchina Bellica israeliana. È come se l’idea stessa che una guerra possa essere contrastata semplicemente non esistesse nel loro quadro cognitivo.
Nessuno comprende questo meccanismo meglio di Netanyahu. Per quanto precaria possa essere la sua posizione politica, sa che unire anche i suoi più accaniti rivali in tutto lo spettro Sionista è a portata di mano. Se “in tempo di guerra non c’è coalizione né opposizione”, allora la guerra perpetua diventa la sua strategia politica più affidabile, e ha imparato a impiegarla con sempre maggiore frequenza.
Netanyahu è un cinico e pericoloso Criminale di Guerra. Ma una cosa non si può negare: nessun Premier israeliano ha compreso così profondamente la psiche collettiva della società ebraica israeliana. Una società che sembra capace di sentire il proprio polso solo nella guerra e nella distruzione; che, se non attacca, distrugge e uccide, non è del tutto certa di esistere. In questo senso, Netanyahu le calza a pennello.
Orly Noy è redattrice di Local Call, attivista politica e traduttrice di poesia e prosa in Farsi. È presidente del comitato esecutivo di B’Tselem e attivista del partito politico nazional democratico palestinese Balad. I suoi scritti affrontano la sua identità di Mizrahi, di donna di sinistra, di donna, di migrante temporaneo che vive come un’immigrata perpetua, e il costante dialogo tra queste identità.
Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto
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