Tocca il mare e morirai: il massimo del sadismo genocida in Israele

A Gaza ci sono 35 gradi Celsius, con un’umidità del 60%, e il sole trasforma le tende in forni. È stato proprio in questo momento che Israele ha detto ai gazawi che se avessero immerso i piedi in mare, sarebbero stati uccisi all’istante.

Fonte: English version

Muhammad Shehada – 14 luglio 2025

Immagine di copertina: I residenti di Gaza si godono la spiaggia sulla costa mediterranea, 3 giugno 2022. ADEL HANA / AP

Mentre Gaza è alle prese con un’altra ondata di caldo devastante, con temperature che superano i 35 °C e un’umidità superiore al 60%, sabato l’esercito israeliano ha emesso un ordine agghiacciante: chiunque osi toccare il mare verrà ucciso.

Vietato nuotare. Vietato pescare. Nessuna via di fuga. Nemmeno dal sole.

Israele ha costretto quasi tutta la popolazione in tende proprio di fronte a quel mare che ora è loro vietato toccare.

D’estate, quelle tende nel deserto di Mawasi diventano come caldaie e forni, arroventate dal sole. Tra le tende si ergono cumuli di immondizia e fiumi di liquami non trattati. Israele ha anche distrutto le infrastrutture idriche di Gaza. Per i gazawi,  il mare era l’ultima via di fuga dal caldo e dall’umidità soffocante.

Nel mezzo dell’assedio totale e della chiusura dell’enclave da parte di Israele e delle sue pesanti restrizioni all’ingresso di aiuti e cibo, ben al di sotto del necessario per la sopravvivenza umana di base, l’unica scelta rimasta ai cittadini di Gaza per trovare qualcosa da mangiare è il mare.

Ed è proprio  ora che Israele decide di trasformare l’intero mare di Gaza in una zona di morte.

La dichiarazione dell’esercito israeliano, rilasciata sabato, è chiara e cristallina:

“Avviso urgente ai residenti della Striscia di Gaza: vi ricordiamo che sono state imposte rigide restrizioni di sicurezza nella zona marittima adiacente alla Striscia, dove l’ingresso in mare è vietato.

L’IDF si occuperà di qualsiasi violazione di queste restrizioni. Esortiamo pescatori, bagnanti e subacquei ad astenersi dall’entrare in mare. Entrare in mare lungo la Striscia vi mette a rischio”.

Fate in modo che questa cosa entri nella vostra mente: Israele minaccia di uccidere i palestinesi che cercano di rinfrescarsi nell’acqua .

E per chi si chiede se si tratti solo di “sicurezza”: lunedì Israele ha bombardato uno dei pochi camion dell’acqua rimasti a Gaza, un camion che consegnava acqua potabile disperatamente necessaria. Non si è trattato di un danno collaterale. È stato un attacco mirato, diretto e deliberato. Una decisione consapevole, presa da un’intera catena di comando militare, di uccidere i bambini per sete e malattie (qualcosa che generali israeliani come Giora Eiland avevano caldeggiato nei primi mesi del genocidio).

Pochi giorni prima, 10 bambini erano stati uccisi mentre facevano la fila per bere acqua. L’esercito israeliano aveva inizialmente affermato di aver preso di mira un agente di Hamas; un argomento ricorrente per soffocare le reazioni negative finché questa atrocità non diventasse ” notizia vecchia”,  quando la verità sarebbe diventata cristallina. In seguito, Israele ha dichiarato che si era trattato di un “errore tecnico”.

L’acqua non è più un diritto fondamentale a Gaza. È un campo di battaglia. E la sete è diventata un’arma.

Amici e familiari con cui parlo a Gaza mi dicono che l’acqua ora è più scarsa del cibo. I bambini crollano per disidratazione. I genitori devono scegliere se usare l’ultima acqua pulita per bere o per rinfrescare un corpo febbricitante.

Il divieto di toccare il mare non è una novità: ora è solo più chiaro e palesemente letale. Molto prima del 7 ottobre, ricordo di essere stato seduto sulla spiaggia con il mio defunto amico Ali, a guardare un orizzonte a cui non avremmo mai potuto accedere. Un proiettile colpì la sabbia letteralmente tra noi, sparato da una cannoniera israeliana che faceva rispettare il blocco. Il soldato ci quasi uccise, per indifferenza e noia. Pochi millimetri più a sinistra, e non sarei qui a scrivere queste parole.

Non si tratta di regole o zone di sicurezza. Si tratta della cancellazione dell’esistenza palestinese, persino delle più piccole gioie . L’anno scorso, quando le immagini di abitanti di Gaza che nuotavano in mare sono apparse online, hanno provocato l’indignazione dell’opinione pubblica israeliana: come potevano nuotare? Come osavano godersi qualcosa? Come se la gioia, per gli abitanti di Gaza, fosse di per sé un crimine.

Ormai anche solo immergere i piedi nell’acqua è una condanna a morte.

Ecco cosa significa dominio: non solo controllo di terre, confini, spazio aereo, ma anche di corpi, calore, sete e persino del diritto di provare sollievo.

A Gaza, il mare non è più un simbolo di speranza o di fuga. È uno specchio che riflette un mondo che permette che questo accada ripetutamente, e lo chiama difesa.

Traduzione a cura di Grazia Parolari 
“Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali”
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