A passeggio sui SOCIAL e poi un ragionamento sul potere emancitativo delle rivoluzioni colorate.

Copertina: Meydan-e Azadi (Piazza della Libertà) si trova nella zona occidentale di Teheran. Al centro della piazza è stata eretta una torre moderna (la Torre della Libertà), all’interno della quale c’è un museo.

12 gennaio 2026 – Dalla pagina Facebook di Andrea Zhok 

Ho appena fatto la mia passeggiatina quotidiana sui social.

Il numero delle persone che con toni di volta in volta pensosi o barricaderi, coscienziosi o da curva sud, auspicano una rivoluzione popolare in Iran, che cambi l’attuale regime è impressionante.

In gran parte sono persone con un onesto pedigree progressista, talvolta di destra antislamica.

Ora faccio fatica a non riflettere sul fatto che queste persone – della cui buona fede non dubito – sta auspicando, dal comodo del proprio tinello postprandiale, una rivoluzione (cioè un rovesciamento violento, con inevitabile spargimento di sangue) dell’attuale cornice istituzionale iraniana.

Se gli si chiede, en passant, cosa sanno della Costituzione iraniana, le riposte sono imbarazzanti: il nulla sotto vuoto spinto.

Se gli si chiede dei dibattiti interni tra partiti in Iran (sì, perché è un sistema pluripartitico, non una dittatura), si spalanca the sound of silence.

Ciò che “sanno” e su cui si erge l’auspicio di un bel massacro in un paese remoto sono quattro banalità attaccate con lo sputo sulla “repressione dei costumi”, estrapolate spesso da notizie di dieci o venti anni prima.

Qualche episodio divenuto virale sui social. Qualche storia edificante letta dal parrucchiere.

E tutte queste “pezze d’appoggio” informative sono in effetti solo giustificativi d’occasione per poter formulare in pubblico la propria fede ideologica.

Se sei progressista sei contro i conservatori.

Se sei liberale sei contro i reazionari.

Se sei democratico sei contro gli autoritari.

Se sei cristiano sei contro gli islamici.

E via gigionando con schemini mentali da scuola primaria.

Ecco, quando vedo queste persone agitarsi, auspicando rivolgimenti, rivoluzioni, sognando vittoriosi eroi della libertà dall’altra parte del globo, non posso fare a meno di notare che non sono in grado neanche di ottenere una riduzione delle accise sulla benzina a casa propria.

A casa propria subiscono le vessazioni del fisco, soggiacciono a disfunzioni burocratiche infinite, sopportano la giustizia politicizzata, tollerano il canone TV per ricevere liquami a domicilio, patiscono pensioni da fame, si rassegnano alle repressioni di piazza, accettano che cambino i governi senza che niente cambi, ecc. ecc.

Perché, si sa, da noi “è complicato”.

Invece dall’altra parte del mondo, lì è tutto semplice.

Con quattro nozioni orecchiate e un cugino di secondo grado che c’ha la fidanzata espatriata, eccoci – finalmente – a tifare una bella rivoluzione!

Una rivoluzione giusta, doverosa, emancipativa.

E d’altro canto, se non ci fossero le fiction su Netflix e la tifoseria per il Bene Mondiale sui social, come sopportare la propria impotente quotidianità?

SUL POTERE EMANCIPATIVO DELLE RIVOLUZIONI COLORATE

Sui giornali italiani l’opposizione armata in Iran di solito viene nominata col termine “dimostranti” o “manifestanti”.

Sono gli stessi giornali che quando qualche esagitato brucia un cassonetto in Italia chiamano la Digos e l’Antiterrorismo.

Ora, per essere chiari, le proteste in Iran sono partite da una situazione interna oggettivamente difficile dovuta prima alla lunga siccità che ha creato gravi problemi di approvvigionamento idrico e poi alla crisi economica, innescata dalle sanzioni internazionali e culminata in una svalutazione monetaria pesante.

Rispetto a queste proteste il governo iraniano si è attivato non solo consentendo piena libertà di manifestazione (vogliamo ricordare come sono finite le ultime manifestazioni filopalestinesi in Inghilterra e Germania?), ma si è anche assunto la responsabilità dell’accaduto, pur essendo tale responsabilità solo parziale (e così deve fare un governo: ma non credo di aver mai sentito in Italia un governo ammettere una qualunque responsabilità per un qualunque problema; è sempre colpa del governo precedente o degli italiani scansafatiche o degli astri).

Su queste proteste inizialmente pacifiche si è innestata una frangia radicale armata (ci sono filmati di pattuglie di questi soggetti che ingaggiano le forze dell’ordine armati di AK-47), che ha messo letteralmente a ferro e fuoco alcune città del paese, devastato luoghi di culto, attaccato ospedali, bruciato automobili, ucciso numerosi membri della sicurezza interna, abbattuto statue. Simultaneamente Trump ha detto che se ci dovesse essere una repressione armata dei “manifestanti” lui si vedrà costretto ad intervenire (aspettiamoci l’ennesimo bombardamento umanitario).

Ora, che questo sia l’ennesimo tentativo di “rivoluzione colorata” fomentata da USA (e Israele) per ottenere un cambio di regime è del tutto evidente. Israele ha una fortissima capacità di infiltrazione in territorio iraniano, anche in ragione della forte tolleranza confessionale esistente in Iran, dove esiste la seconda maggiore comunità ebraica del Medio Oriente, dopo Israele.

Che questo tentativo di regime change non sia fatto nell’interesse del popolo iraniano è ovvio a chiunque non sia del tutto rimbecillito.

Esiste tuttavia in Occidente una folta rappresentanza di illuminati che reputano che un rovesciamento violento del regime, sostenuto dall’esterno, sia un bene in quanto l’Iran sarebbe una teocrazia misogina ed arretrata.

Ora, sarebbe facile mostrare come le sole forme di maturazione sociale duratura e solida sono quelle che procedono per sviluppo interno, mentre quando sono prodotte da interventi esterni generano sistematicamente ibridi culturali deformi e fragili.

Ma voglio soffermarmi su un altro aspetto, che ha a che fare con il nostro atteggiamento nei confronti delle civiltà che consideriamo sotto questo o quell’aspetto “arretrate”.

Come ricordava un amico siciliano di nascita, la situazione di costume nella Sicilia del secondo dopo guerra era certamente più “arretrata” per la condizione femminile dell’odierno Iran, dove le donne hanno mediamente elevati titoli di studio e occupano posizioni di responsabilità in tutti i settori dello stato. Se giriamo lo sguardo un istante con un minimo di prospettiva storica vediamo che quando nascevo io (anni ’60) negli USA esisteva ancora l’apartheid e in Svizzera le donne non avevano ancora il diritto di voto. Le “leggi contro la sodomia” esistevano in molti stati americani fino al 2003. L’altro ieri.

Nelle narrazioni progressiste sembra sempre che la storia sia una gara di corsa in cui si deve arrivare il più presto possibile ad una predeterminata meta emancipativa.

E questa meta è predeterminata da chi si autodefinisce “avanzato” rispetto a chi lui medesimo definisce “arretrato”.

Si dimentica con indecente presunzione che quella eventuale meta, laddove si sia anche convinti della sua ottimalità, è sempre solo un prodotto di ricerca interna ad una cultura: non è qualcosa di ovvio, di dato in natura, che semplicemente aspetta di essere raggiunto ed afferrato.

La storia non è una gara di corsa a chi arriva prima al progresso. Non c’è nessun premio per chi arriva primo e non è mai facile distinguere davvero cosa sia “progresso”, se non proiettando i proprio pregiudizi.

A parte ciò, noi dimentichiamo con troppa rapidità quello che eravamo noi stessi ieri o l’altro ieri e ci slanciamo, con lo zelo del neofita, del neoconvertito, ad ammaestrare gli altri, violentandoli per il loro bene, alle nostre incerte e confuse “conquiste”.

Tanto era dovuto a quelli che di fronte ai regime change eterodiretti pensano in buona fede di assistere ad un evento emancipativo.

Poi naturalmente ci sono quelli che vogliono semplicemente che vincano i cowboy, che rambo spazzi via i musi gialli e che le moschee siano rimpiazzate dai megastore, perché quello è il progresso. E per quelli non esiste alcun argomento.

Andrea Zhok, nato a Trieste nel 1967, ha studiato presso le Università di Trieste, Milano, Vienna ed Essex. È dottore di ricerca dell’Università di Milano e Master of Philosophy dell’Università di Essex. Oltre a saggi ed articoli apparsi in Italia e all’estero, ha curato scritti di Simmel (Il segreto e la società segreta, 1992) e Scheler (Amore ed odio, 1993). È autore di Intersoggettività e fondamento in Max Scheler (La Nuova Italia, Firenze 1997), Fenomenologia e genealogia della verità (Jaca Book, Milano 1998), Introduzione alla “Filosofia della psicologia di L. Wittgenstein (1946-1951) (Unicopli, Milano 2000) e L’etica del metodo. Saggio su Ludwig Wittgenstein. (Mimesis, Milano 2001). Attualmente collabora all’attività didattica e di ricerca presso le cattedre di Filosofia della Storia e Filosofia Teoretica II dell’Università degli Studi di Milano.