Se Netanyahu riuscirà a schiacciare la Repubblica Islamica, la sua visione espansionistica violenta si rivolgerà poi agli Stati arabi del Golfo
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Immagine di copertina: Un manifestante contro la guerra a Nuova Delhi tiene in mano un cartello raffigurante il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, il 3 marzo 2026 (Sajjad Hussain/AFP)
Di David Hearst – 3 marzo 2026
Israeliani e alcuni membri della Diaspora iraniana hanno festeggiato quando, sabato mattina presto, è stato sferrato il primo colpo della Terza Guerra del Golfo, con la morte della Guida Suprema iraniana, l’Ayatollah Ali Khamenei, e di decine di altri dirigenti militari e politici.
Le delegazioni iraniane ai colloqui di Ginevra e in Oman avevano appena fatto un’offerta sostanziale, secondo il capo negoziatore, il Ministro degli Esteri omanita Badr bin Hamad al-Busaidi. L’offerta era di diluire l’intera riserva iraniana di Uranio altamente arricchito, con verifiche indipendenti, rendendolo così inutilizzabile come materiale bellico.
Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha risposto con la guerra.
I colloqui erano stati una farsa fin dall’inizio, proprio come lo erano stati lo scorso giugno, quando Stati Uniti e Israele avevano attaccato l’Iran per la prima volta.
La CIA aveva monitorato i movimenti di Khamenei per mesi e l’operazione attendeva il momento in cui i vertici iraniani si sarebbero riuniti. Sabato, l’operazione è avvenuta in due incontri in edifici adiacenti, e Israele ha attaccato.
Come se parlassero dallo stesso copione, Trump e il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu hanno invitato gli iraniani a scendere in piazza e a ribellarsi al Regime, come avevano tentato di fare a gennaio.
Ma non è andata così. Nel giro di un paio d’ore, l’Iran ha risposto con la sua prima raffica di missili.
Quando è arrivata la conferma della morte di Khamenei, gli iraniani sono scesi in piazza, ma soprattutto per esternare il lutto.
C’erano quartieri di Teheran come Ekbatan, dove la gente applaudiva dal relativo anonimato dei propri appartamenti. Ma si sentivano urla anche in altre parti di Teheran, e molti non facevano né l’una né l’altra cosa, ma temevano ciò che sarebbe successo.
Cambio di regime
Fin dai primi momenti è diventato chiaro che questa guerra riguardava un Cambio di Regime, non l’arricchimento dell’Uranio iraniano o i suoi missili.
Il Cambio di Regime era proprio ciò contro cui Trump e l’intero movimento MAGA (Fare l’America di Nuovo Grande) si erano battuti, sia prima della sua seconda elezione a Presidente, sia dopo.
Come candidato alla presidenza, in un discorso a Derry, nel New Hampshire, nel 2023, Trump giurò: “Demoliremo lo Stato Profondo. Espelleremo i guerrafondai, quegli orribili guerrafondai, dal nostro governo, quella gente stupida. Adorano vedere la gente morire. Scacceremo i globalisti”.
Come Presidente, Trump ha dichiarato a Riad lo scorso maggio: “I cosiddetti ‘costruttori di nazioni’ hanno distrutto molte più nazioni di quante ne abbiano costruite, e gli interventisti stavano intervenendo in società complesse che nemmeno loro stessi comprendevano”.
Ora che ha scatenato una grande guerra nel Golfo, fa fatica a spiegarne il motivo. Ha citato il programma nucleare iraniano, i missili balistici, l’aiuto ai manifestanti e il Cambio di Regime.
Lunedì, il Segretario di Stato Marco Rubio ha aggiunto una quinta ragione, sostenendo che l’attacco statunitense era preventivo. Gli Stati Uniti hanno attaccato perché sapevano che Israele era pronto ad attaccare e, se ciò fosse accaduto, avrebbero dovuto sopportare il peso della rappresaglia.
Rubio stava forse ammettendo che il suo comandante in capo era stato ingannato da Israele e condotto a una vera e propria Guerra del Golfo? Trump ha cercato di smentire l’idea martedì, dicendo ai giornalisti alla Casa Bianca che “se non altro, avrei potuto forzare la mano a Israele”.
In ogni caso, Netanyahu è stato molto più coerente nel suo desiderio di infliggere all’Iran, che ha paragonato ad Amalek, un colpo paralizzante.
Prega per questo giorno da quasi 47 anni. Come Primo Ministro, poi come emarginato dell’opposizione (quando gli ho parlato per la prima volta), poi di nuovo come Primo Ministro, ha ripetutamente cercato di convincere i suoi militari e gli Stati Uniti a lanciare un attacco come quello lanciato sabato mattina, ma è stato respinto più volte.
Non un attacco a tempo limitato, come accaduto lo scorso giugno, ma una Guerra Totale per rovesciare la Repubblica Islamica.
Smantellare l’Iran
Nel suo discorso di sabato, Netanyahu è stato chiaro sulla strategia di Israele. Si è rivolto agli iraniani in base alla loro etnia, non alla loro nazionalità: “Persiani, Curdi, Azeri, Beluci, Abkhazi e tutti gli altri cittadini di questa meravigliosa nazione”.
Le bombe già cadute in quel momento riflettevano la stessa strategia. Prendevano di mira tutte le correnti dell’élite politica iraniana: riformisti, esponenti della sinistra, ex presidenti e anche i monarchici.
Né le parole né le azioni di Netanyahu miravano a costruire una nuova classe dirigente che potesse prendere il potere dopo la caduta della Repubblica Islamica. Entrambe miravano a indebolire definitivamente l’Iran trasformandolo in una debole confederazione di cantoni etnici, proprio come Israele ha cercato, senza successo, di fare in Siria.
“Prendete il vostro destino nelle vostre mani”, ha detto Netanyahu. “Tenete la testa alta, guardate il cielo; le nostre forze sono lì, i piloti del mondo libero, tutti in vostro aiuto. I soccorsi sono arrivati”.
Invece, i cittadini iraniani hanno visto i piloti del mondo libero bombardare una scuola femminile e uccidere 180 tra ragazze e bambine, mentre attaccavano anche ospedali e la maggior parte delle principali città.
Israele si sta preparando a smantellare le città dell’Iran nello stesso modo in cui ha raso al suolo Gaza, o parti del Libano meridionale e Beirut. Di conseguenza, le vittime dei bombardamenti “a punti” sono aumentate vertiginosamente, arrivando a oltre 750 morti in Iran in soli quattro giorni.
Ciò che Netanyahu ha in mente è la distruzione dell’Iran come potenza regionale.
La liberazione dall’autocrazia è in fondo alla sua lista di cose da fare. Non c’è stata alcuna pianificazione postbellica. Si è pensato pochissimo a quale tipo di Regime potrebbe sostituire la Repubblica Islamica se cadesse, e a quale reale popolarità o seguito abbia una figura politica o un movimento iraniano della Diaspora all’interno del Paese.
La distruzione dell’Iran come potenza regionale fa parte di un Piano più ampio che accoglierebbe e sosterrebbe due parole sempre più ricorrenti tra i rappresentanti israeliani di ogni schieramento politico: Grande Israele.
ALLEANZA CON L’INDIA
Non è un caso che, nell’immediato periodo precedente a questo attacco, l’ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee, abbia detto a Tucker Carlson che sarebbe stato accettabile se Israele si fosse impossessato di tutto il territorio dal Nilo all’Eufrate. O che il capo dell’opposizione israeliana, Yair Lapid, abbia immediatamente accettato.
“Sostengo qualsiasi cosa che permetta agli ebrei di avere una terra grande, estesa e forte e un rifugio sicuro per noi, i nostri figli e i figli dei nostri figli. Questo lo sostengo”, ha detto Lapid a un giornalista di Kipa News, sottolineando che il territorio israeliano potrebbe estendersi fino all’Iraq.
Non è un caso che, poco prima di dare inizio a questa guerra, Netanyahu abbia steso il tappeto rosso al Primo Ministro indiano Narendra Modi.
Il mio collega e autore di Hostile Homelands, Azad Essa, afferma che Delhi è emersa come il più forte alleato non occidentale di Israele. “Esiste una cooperazione strategica e una convergenza ideologica tra i due, che si sono effettivamente rafforzate durante il Genocidio di Gaza”, ha detto Essa, sottolineando che durante la sua recente visita, Modi ha promesso di consentire ad altri 50.000 cittadini indiani di lavorare in Israele nei prossimi anni.
“L’India apporterebbe una combinazione di dimensioni economiche, accesso al mercato, manodopera e competenza tecnologica a tale alleanza. Per molti versi lo ha già fatto”, ha aggiunto. “L’India sta già coproducendo armi con Israele, il che significa che si sta preparando a diventare una fabbrica per Israele. L’India quindi colmerà le carenze israeliane e diventerà una forma di sostituto della manodopera palestinese”.
Il secondo punto di questa guerra è la sua tempistica.
Netanyahu calcola correttamente che Israele non avrà mai più un Presidente statunitense così arrendevole e manipolabile come Trump. Nessun Repubblicano o Democratico sarà mai così amichevole con Israele come lo sono stati Trump e il suo predecessore, Joe Biden. Il Genocidio di Gaza ha fatto sì che ciò accadesse.
Ma il secondo mandato di Trump ha già regalato a Israele un premio di valore ben più alto del riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele da parte degli Stati Uniti, o dell’annessione delle Alture del Golan, doni del suo primo mandato. Trump ha ora regalato a Israele la benedizione di Washington di espandere i suoi confini a qualsiasi territorio possa controllare, che sia in Libano, Siria, Iraq o Egitto.
Questo è il sogno che i Sionisti di ogni orientamento hanno coltivato per decenni: che un giorno Israele si estenderà dal Nilo all’Eufrate.
Nuova realtà
Questo è quindi il momento non solo di schiacciare la Repubblica Islamica e frantumare la sua rete regionale, ma di usare questo vuoto per espandere il controllo di Israele sull’intera Regione.
L’Iran, in quanto potenza regionale, è l’ultimo e unico ostacolo alla realizzazione del sogno di Netanyahu di espandere i confini di Israele e stabilire una nuova alleanza internazionale, il suo cosiddetto esagono di Stati, con l’India come ala orientale e il Somaliland come estremità meridionale.
Questa alleanza rafforzerebbe la posizione di Israele come egemone militare regionale, con basi aeree in tutta la Regione. I principali Stati arabi, il cui sostegno a Israele non si realizzerà mai senza uno Stato Palestinese, sarebbero costretti ad accettare una nuova realtà: una riduzione del loro territorio e della loro sovranità, come in Siria oggi e in Libano domani.
Con il sostegno dell’India, Israele diventerebbe meno dipendente dal suo cordone ombelicale di finanziamenti, armi e sostegno politico da Washington. Il futuro di questa relazione è in ogni caso tutt’altro che garantito, se i sondaggi d’opinione statunitensi sono un’indicazione.
Israele sa che il Genocidio di Gaza ha distrutto la sua immagine di nobile progetto in Occidente. La guerra contro l’Iran è la sua polizza assicurativa.
La Repubblica Islamica ora sta lottando per la propria sopravvivenza. La sua dirigenza, spesso definita fondamentalista e sconsiderata, è stata in realtà fin troppo cauta.
Si è resa conto troppo tardi che la Guerra di Annientamento Totale che Israele sta conducendo a Gaza, in Libano e in Siria sarebbe arrivata alle sue porte. Si è lasciata coinvolgere nei negoziati due volte e, ogni volta, gli Stati Uniti hanno trattato i colloqui come una copertura per una campagna militare di decapitazione.
Errore fatale
La situazione difficile dell’Iran risale alla sua reazione agli eventi del 7 ottobre 2023. La reazione immediata dell’Iran e di Hezbollah è stata quella di respingere le richieste delle Brigate Qassam di infiltrarsi in Israele da Nord e di aprire un secondo fronte simultaneo.
Il 7 ottobre non è stato concepito come una campagna limitata per colpire una base militare nel Sud, ma come l’inizio di una Guerra di Liberazione. Quando inizialmente sia Hezbollah che l’Iran si rifiutarono di intervenire, entrambi si lasciarono eliminare uno a uno da Israele.
L’Iran commise l’errore fatale di ascoltare i messaggi che lui e Hezbollah ricevevano dall’amministrazione Biden. Ci volle del tempo perché reagisse, ma quando lo fece, il defunto leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, definì gli attacchi del 7 ottobre di Hamas un'”operazione palestinese al 100%”, sottolineando che né la sua organizzazione né l’Iran erano consapevoli di ciò che stava per accadere: “Non ha alcuna relazione con questioni regionali o internazionali”.
Quando parlò, Hezbollah aveva già perso 57 uomini negli scontri di confine, quindi non stava facendo nulla. Ma si lasciò gradualmente risucchiare in una guerra orchestrata da Israele. Così Hamas, Hezbollah e ora l’Iran sono stati eliminati a turno. Nessuno di loro ha agito di concerto.
Tardivamente, l’Iran ha imparato questa lezione. Ora sta conducendo una campagna diversa da quella combattuta per 12 giorni lo scorso giugno.
Allora, ha concentrato tutta la sua potenza di fuoco in salve di razzi verso Israele. Oggi, i principali obiettivi dell’Iran sono gli Stati Uniti e i suoi alleati nel Golfo.
Come ha scritto il commentatore iraniano Trita Parsi su X: “Teheran ha concluso che la tolleranza al dolore di Israele è molto alta, finché gli Stati Uniti rimarranno in guerra. Quindi l’attenzione si sposta sugli Stati Uniti. L’Iran capisce che molti nell’istitutivo della sicurezza americana erano convinti che la passata moderazione dell’Iran riflettesse debolezza e incapacità o riluttanza ad affrontare gli Stati Uniti in una guerra diretta”, ha osservato.
“Teheran sta ora facendo tutto il possibile per dimostrare il contrario, nonostante l’enorme costo che pagherà. Ironicamente, l’assassinio di Khamenei ha facilitato questo cambiamento”.
Un prezzo altissimo
Quindi, nel giro di 24 ore, l’Iran ha chiuso lo Stretto di Hormuz, bombardato Dubai, bloccato la più grande raffineria di petrolio dell’Arabia Saudita e la produzione e l’esportazione di gas naturale liquefatto da parte di Doha. Le navi all’imboccatura del Golfo sono in fiamme. La maggior parte dei voli è stata sospesa. I prezzi del petrolio e del gas sono aumentati vertiginosamente.
I droni iraniani hanno anche preso di mira una base militare francese ad Abu Dhabi e la base dell’aviazione britannica Akrotiri a Cipro. L’Iran cerca di internazionalizzare l’attacco di Trump rendendolo il più costoso possibile per l’economia globale.
Sotto un fuoco pesante e prolungato, gli Stati del Golfo hanno, almeno finora, evitato l’inasprimento del conflitto. Arabia Saudita, Qatar e Oman avevano avvertito Trump per mesi di non colpire l’Iran. Trump ha ignorato i loro consigli e ora stanno pagando un prezzo altissimo.
Quando il Senatore statunitense Lindsey Graham si è vantato di aver “convinto” Mohammed bin Salman a un attacco contro l’Iran, il Principe ereditario Saudita stava in realtà facendo il contrario. Ha intimato ai suoi vicini del Golfo di evitare di intraprendere qualsiasi azione che potesse innescare una risposta da parte di Teheran o dei suoi alleati e spingere la Regione verso un conflitto più ampio.
Riad ha buone ragioni per essere cauta. Ha mantenuto un cessate il fuoco con gli Houthi nello Yemen settentrionale, e questi ultimi non sono ancora stati seriamente coinvolti.
Ma anche dopo la campagna di bombardamenti statunitense dell’anno scorso, gli Houthi rimangono una forza combattente, armati con missili con gittata di 2.000 chilometri e droni con gittata fino a 2.500 chilometri.
Lo stesso vale per le milizie irachene: è dal loro territorio che nel 2019 sono stati lanciati droni contro gli impianti petroliferi di Aramco ad Abqaiq e Khurais, nell’Arabia Saudita Orientale.
Ridisegnare la mappa
Quanto a lungo gli Stati del Golfo riusciranno a mantenere questa posizione è incerto, poiché l’Iran sta spingendo l’intero Consiglio di Cooperazione del Golfo verso l’alto nella scalata dell’intensificazione.
Ci sono due scenari principali per l’Iran. O la campagna di bombardamenti israelo-statunitense provocherà un crollo totale del comando e controllo, e il Regime cadrà, oppure il Regime manterrà il controllo e guiderà con successo la guerra verso un cessate il fuoco.
L’uccisione di Khamenei durante il Ramadan potrebbe infatti essere la scintilla che rinvigorisce la Rivoluzione iraniana, dandole un nuovo scopo. Questo di per sé costituirebbe una vittoria, perché l’Iran sa che l’anello debole di questa guerra è Trump stesso.
Se l’Iran continua la guerra abbastanza a lungo, avrà un impatto negativo su Trump all’interno del suo collegio elettorale MAGA. Svelerà la verità: Israele ha arruolato Trump in una guerra di cui né i suoi sostenitori, né gli Stati Uniti, avevano bisogno.
Ma se l’Iran si arrende, possiamo essere certi delle conseguenze devastanti nel Golfo. Una guerra civile in Iran ha il potenziale di spingere milioni di rifugiati verso ovest.
Né la guerra di Netanyahu sarà finita. Israele sta scommettendo sulla debolezza degli Stati arabi per difendersi e sta cercando di indebolirli ulteriormente.
Perché è solo attorno ai contorni di un vicinato indebolito che Israele può ridisegnare la mappa del Medio Oriente e istituire un nuovo Sykes-Picot. (L’accordo Sykes-Picot (1916) fu un patto segreto tra Regno Unito e Francia, stipulato durante la Prima Guerra Mondiale con l’approvazione russa, per spartirsi le sfere di influenza nell’Impero Ottomano)
A quel punto, è solo questione di tempo prima che Netanyahu dichiari la Turchia il prossimo Amalek di Israele.
David Hearst è co-fondatore e caporedattore di Middle East Eye. È commentatore e relatore sulla Regione e analista sull’Arabia Saudita. È stato editorialista della rubrica esteri del Guardian e corrispondente in Russia, Europa e Belfast. È entrato a far parte del Guardian dopo aver lavorato per The Scotsman, dove era corrispondente per l’istruzione.
Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto
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