Sebbene la legge israeliana sulla Pena di Morte non menzioni esplicitamente i minori, neppure li esclude .
Fonte: English version
Di Ramzy Baroud – 6 aprile 2026
Secondo la nuova legge israeliana sulla Pena di Morte, i minori palestinesi, come gli adulti, potrebbero trovarsi di fronte al patibolo. Questo potrebbe sorprendere alcuni o addirittura essere liquidato come un’esagerazione. Purtroppo, non lo è.
La legge, approvata dalla Knesset (Parlamento) israeliana il 30 marzo, prevede la pena capitale per i palestinesi condannati per aver compiuto attentati mortali. La legge, spesso definita “legge sulla Pena di Morte per i terroristi”, prevede che le esecuzioni vengano eseguite rapidamente, entro 90 giorni, limitando drasticamente le possibilità di appello o di commutazione della pena, secondo organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International e Human Rights Watch.
Risolve una richiesta politica di lunga data della dirigenza di estrema destra israeliana di formalizzare l’esecuzione capitale come strumento di controllo sui palestinesi. Come ha ripetutamente affermato l’estremista Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir, coloro che sono accusati di tali atti “meritano la morte”, inquadrando la legge non come un’eccezione, ma come una politica necessaria.
Sebbene la legge non menzioni esplicitamente i minori, non li esclude nemmeno. Conoscendo il trattamento e la classificazione giuridica dei minori palestinesi da parte di Israele, questa distinzione non è di poco conto, ma decisiva.
Nel sistema giudiziario militare israeliano, i minori palestinesi, anche di soli 12 anni, vengono processati. Spesso vengono trattati come adulti all’interno di un sistema che offre poche garanzie e opera con un tasso di condanna estremamente elevato.
DCIP (Difesa Internazionale per l’Infanzia-Palestina) ha denunciato nel suo rapporto del 2023, “Arbitrary by Default” (Arbitrario per Impostazione Predefinita), che il sistema di detenzione militare israeliano sottopone i minori palestinesi a maltrattamenti “sistematici”, istituzionalizzati e “diffusi”.
Rapporti di Amnesty International, Human Rights Watch e altre organizzazioni per i diritti umani descrivono schemi ricorrenti di abuso, tra cui arresti notturni, violenza fisica, minacce e pressioni psicologiche. Molti minori, sottolineano queste organizzazioni, vengono interrogati senza adeguate garanzie legali e in condizioni che facilitano la coercizione e l’estorsione di confessioni.
Secondo il Diritto Internazionale, i minori sono persone protette, aventi diritto a speciali garanzie ai sensi della Quarta Convenzione di Ginevra e della Convenzione sui diritti dell’infanzia, entrambe le quali vietano i trattamenti crudeli, inumani o degradanti.
Non in Israele, tuttavia, uno Stato che ha costantemente trattato il Diritto Internazionale non come vincolante, ma come un ostacolo ai propri obiettivi politici e militari.
Per Israele, i minori palestinesi sono spesso considerati non come civili, ma come potenziali minacce. Questa visione rappresenta un profondo attacco all’Umanità e ai diritti fondamentali, che va ben oltre il cinico linguaggio dei “danni collaterali”, privando preventivamente i minori del loro status di civili.
Funzionari israeliani hanno espresso tali posizioni in modo inequivocabile.
Nel 2014, la parlamentare e futura Ministra della Giustizia Ayelet Shaked ha condiviso e approvato un testo che dichiarava che “l’intero popolo palestinese è il nemico”, compresi i suoi figli, e che le madri palestinesi non dovrebbero dare alla luce “piccoli serpenti”. Non si trattava di un’aberrazione, ma del riflesso di un linguaggio politico in cui la Disumanizzazione è normalizzata.
Questo è stato spesso liquidato come normale Razzismo nella politica israeliana. Non lo è.
Dal 7 ottobre 2023, i figli di Gaza sono stati uccisi in numero impressionante: almeno 21.289 minori figurano tra gli oltre 71.800 palestinesi uccisi, mentre più di 44.500 sono rimasti feriti, secondo l’aggiornamento dell’UNICEF di febbraio 2026.
In Cisgiordania, la situazione non è diversa, con un numero crescente di minori palestinesi uccisi durante le incursioni militari israeliane e le violenze dei coloni.
Considerato ciò, non dovrebbe sorprendere che la legge sulla Pena di Morte non esenti i minori dall’orribile destino che prevede per i palestinesi che Resistono all’Occupazione israeliana.
Per essere chiari, la legge sulla Pena di Morte non ha nulla a che vedere con la punizione né con la deterrenza. Israele non ha bisogno di una legge per uccidere i palestinesi, siano essi impegnati nella Resistenza armata o, come spesso accade, civili non coinvolti nelle ostilità.
Per decenni, Israele ha perpetrato assassinii, esecuzioni extragiudiziali e operazioni militari su larga scala che hanno causato la morte di migliaia di palestinesi.
L’uccisione di palestinesi nelle carceri israeliane non è più un evento casuale. Dall’ottobre 2023, almeno 98 detenuti sono morti in custodia, molti in condizioni legate a torture, abusi e negligenza medica, secondo Medici per i Diritti Umani-Israele.
La legge sulla Pena di Morte, quindi, riguarda qualcos’altro: la proiezione del potere.
Non è fondamentalmente diversa dalla brutalità performativa associata a figure come Ben-Gvir, la cui retorica e condotta nei confronti dei prigionieri palestinesi hanno enfatizzato il dominio, l’umiliazione e il controllo.
Ma in questa proiezione di potere si cela una conseguenza mortale: molte persone rischiano di essere uccise, compresi i bambini.
Sebbene alcune voci nella comunità internazionale si siano espresse contro la legge, queste reazioni sono state limitate e di breve durata, rapidamente oscurate da altri sviluppi.
Senza una pressione costante, Israele non ha motivo di astenersi dall’eseguire condanne a morte, decisioni che saranno prese da tribunali militari privi persino dei più elementari criteri di equità e di rispetto del Diritto Internazionale.
Una volta che questa pratica sarà normalizzata, la soglia si sposterà ulteriormente. E inevitabilmente anche i minori ne saranno coinvolti.
Israele ha già normalizzato pratiche un tempo ritenute impensabili. Se normalizzerà l’esecuzione di minori, oltrepasserà una soglia che nemmeno molti Regimi coloniali hanno apertamente violato.
Ci deve essere un limite, perché la sua continuazione non solo devasterà i palestinesi, ma avrà ripercussioni ben oltre, erodendo le più elementari tutele della vita umana stessa.
Ramzy Baroud è un giornalista e redattore di The Palestine Chronicle. È autore di sei libri, tra cui “La Nostra Visione per la Liberazione: Leader Palestinesi Coinvolti e Intellettuali Parlano”, curato insieme a Ilan Pappé. Il suo ultimo libro è Prima del Diluvio. Ramzy Baroud è un ricercatore senior non di ruolo presso il Centro per l’Islam e gli Affari Globali (CIGA), dell’Università Zaim di Istanbul (IZU).
Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto
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